Lo scalatore

28 ottobre, 2010 (12:44) | Racconti | By: makutolandia

Sono a 5642 melbrus1etri rispetto il livello del mare.

Sono giunto sulla cima del monte Elbrus.

Questo grande e antico vulcano spento riposa tranquillo, ignaro di quello che sta avvenendo nel mondo; placidamente, aggiunge il suo cono innevato agli altri picchi della catena del Caucaso.

Di professione faccio lo scalatore o, meglio, facevo lo scalatore: ora non so più neanche io cosa sono.

La mia patria è l’Austria. Fin da piccolo mio padre insinuò in me l’amore per la montagna, l’amore per la scalata, l’amore dell’ergersi più in alto di qualunque altro uomo ed essere vivente.

L’amore di sentirsi circondato da un profondo silenzio rumoroso, carico di significato e domande, un oceano di luce.

Da grande ho fatto completamente mia questa passione. Entrando nell’esercito ho stipulato una specie di patto: se da una parte offro il mio servizio per il paese scalando e studiando le montagne per aiutare a completare le cartine militari, dall’altra parte non devo sparare a nessun uomo soltanto perché magari ha la divisa di un altro colore e ha in testa idee differenti dalle mie.

Passai così anni di intensa attività e gioia, feci dell’esercito la mia seconda casa.

Insomma, lavorando divertivo me stesso e aiutavo gli altri.

Improvvisamente iniziò a insinuarsi una sorta di agitazione nei miei compagni, nei miei concittadini, in tutto il territorio austriaco. Era una specie di malattia, molto contagiosa, la chiamavano Nazionalsocialismo. I suoi virus erano talmente forti che ben presto prese il controllo di tutti gli uomini, la stessa Austria arrivò , prima, a definirsi stato nazionalsocialista, in seguito, a entrare a far parte del “Grande Impero Millenario”, il Reich nazista.

Una massiccia euforia pervadeva tutti gli uomini.

La croce uncinata su campo bianco iniziò a comparire in molti campi, anche i più disparati, come nel governo, nella scuola, nei cinema e naturalmente anche nell’esercito.

Chi non era in sintonia con quelle idee doveva andarsene. Non si poteva opporre resistenza.

Io accettai di entrare  a far parte di quel grande organismo, non ci vedevo nulla di male: promettevano di far fiorire l’economia del mio paese, ancora in ginocchio a causa della Prima Guerra Mondiale; promettevano un ritorno ai grandi fasti dell’antico Impero Austriaco, crogiuolo di antiche genti e di potenti popoli; promettevano un mondo migliore, governato unicamente solo da uomini forti e responsabili di razza superiore, la razza ariana. Promettevano di garantire migliori condizioni a te e alla tua famiglia, ai tuoi amici, permettendoti di realizzare quei sogni in cui da sempre crogiolavi.

Inoltre aumentarono la paga del semplice soldato, come me. Iniziarono a farti sentire potente, mosso da una nuova e incontenibile energia. Il tuo tempo libero non era più tempo perso, ma veniva investito per fare crescere il paese in splendore e potenza. Insomma, ti estraevano dal contesto grigio e monotono in cui vivevi e ti illuminavano di nuova luce. E se questo poteva non bastare, era l’entusiasmo sempre presente dei tuoi compagni e dei capi carismatici che ti trainavano avanti.

Eravamo come una grande famiglia, felice.

Alcune voci di orribili crimini, ingiustizie e stermini giungevano ai nostri orecchi, ma erano talmente ovattate e lontane dalla nostra immaginazione che non ci facevamo caso.

In un soleggiato mattino agli inizi di settembre scoppiò la guerra. Inizialmente non ci feci molto caso: iniziai a interessarmene nel momento in cui alcuni miei compagni partirono per il fronte russo qualche anno più tardi, ma anche in seguito a ciò l’evento rimase abbastanza estraneo a me, visto che ancora di effetti negativi non si scorgevano nel mio paese e io ero al sicuro all’interno del mio ufficio della topografia militare.

Ma venne la chiamata. Erano gli ultimi mesi del 1942. Dovetti partire per il fronte orientale, alla volta del gruppo di Armate Sud operanti sul confine ucraino, alle dipendenze del Feldmaresciallo Fedor von Bock.

Io non sapevo combattere, non avevo mai ricevuto un addestramento sufficiente a farlo, per tale motivo mi chiedevo spesso il perché della mia chiamata, e questa domanda mi accompagnò durante il mio lungo, duro viaggio a bordo di un treno a vapore attraverso le sconfinate distese russe.

Dovevo piantare una bandiera, la bandiera del Nazionalsocialismo, sulla vetta del Monte Elbrus. Anche se quasi tutte le principali città del territorio caucasico erano sotto il controllo della Wermacht, bisognava rendere evidente a tutti il potere e il dominio tedesco nelle ex regioni russe. Bisognava far vedere fino a Mosca, che avevamo inutilmente tentato di prendere poco tempo prima, giungendo solo a pochi chilometri, i colori della nostra bandiera: il rosso del sangue di migliaia soldati trucidati, il nero della morte, il bianco del freddo pungente presente in Russia. Per tale motivo venni scelto io e il mio gruppo.

E ora sono qui, sulla vetta. Sono isolato dal resto del mondo. Tutto appare candido e silenzioso. Qui è la natura a regnare. Penso che proprio a causa di questa scalata io mi sia messo a scrivere.

Come d’improvviso mi si sono aperti gli occhi, mi sono risollevato dalla mediocrità della mia vita piatta e apatica, abulica, pitturata e decorata a piacimento dalle altre persone. Mi sembra di essere ritornato bambino, con uno sguardo interrogativo della realtà.

Il mondo lentamente torna ad essere a colori: l’azzurro profondo del cielo, il bianco morbido delle nubi che si fonde armoniosamente con il bianco splendente della neve.

Maledetta realtà, che mi è restata per lungo tempo oscurata ed ora si palesa così violentemente davanti a me!

Ho deciso. Ho deciso che scenderò dal versante della montagna, non il versante da cui sono salito, ma quello opposto. Voglio lasciare queste terre, questa desolazione. Voglio lasciare i sogni di gloria e di eternità agli uomini potenti del mio paese. Non mi importa nulla di tutto questo, penso che la felicità e serenità risiedano in ben altre cose. Mi vedranno come un traditore, ma meglio essere traditori del proprio paese che della propria vita.

Mi pervade anche un certo senso di stanchezza: sono stanco di marciare sotto il rombo dei bombardieri nemici, sono stanco di vedere scene di desolazione, sono stanco di forzare la natura dell’uomo per farlo trasformare in una bestia.

Da quassù mi appare tutto così innaturale: come è possibile che gli uomini siano tanto superbi da non capire che in realtà sono come formiche nel formicaio? Corrono corrono, e ancora corrono, ma per quale ragione? Non si accorgono di essere così ridicoli? Come inavvertitamente una formica può essere schiacciata dai nostri piedi, così gli uomini possono essere schiacciati da loro stessi, senza che se ne accorgano, e porre così fine a tutto. Fine a tutto. Nessuno sembra accorgersene, forse gli uomini dovrebbero cominciare a scalare in massa le montagne.

I miei pensieri scorrono veloci, forse elettrizzati dall’aria fredda che si respira qui. Ma, soprattutto, scorrono veloci perché finalmente le briglie che li intrappolavano si sono sciolte: i grandi della terra non hanno potere qui, qui a regnare incontrastata è la natura, è l’interiorità dell’uomo!

Sto respirando per la prima volta aria veramente pura, non contaminata; i miei polmoni si sono riempiti fino quasi a scoppiare. Ho lasciato che i timidi raggi del sole scaldassero un poco il mio viso avvizzito dal freddo. Questo deve essere l’uomo: uno dei tanti animali della natura, forse privilegiato, ma sempre in armonia con essa e i suoi abitanti.

Lascio ai potenti il giocare alla guerra. Lascio agli altri uomini l’odio. Lascio a me stesso la vita.

Capire gli ingegneri (parte II)

11 maggio, 2010 (07:42) | Articoli | By: makutolandia

Hobby

Si dividono in due categorie: quelli veri e quelli immaginari, pensati al solo scopo di dare un aspetto umano al curriculum.
In fondo a una pagina piena di “esperto in sistemi per l’ottimizzazione dell’ispezione visuale dei circuiti stampatì” o “progettìsta di sensorì piezoelettrici per il controllo strutturale”, il paragrafo Hobby e Sport è vissuto dall’ingegnere come il momento della redenzione, l’ultima possibilità di non sembrare lo sfigato che in realtà è (o crede di essere).
E allora, come tutte le persone in difficoltà, si fa prendere la mano ed esagera: gli sport indicati non sono mai meno di quattro e non è solo roba banale tipo calcio o tennis: si va dal football americano al tiro con l’arco, passando per il chilometro lanciato; tanto, come fanno a controllare?
Certo, bisogna poi avere il coraggio di rispondere: “In gioventù” a un allibito capo del personale che, squadrando il fisico imbolsito del presunto superingegnere, gli chiede dubbioso: “Campione del mondo di snowboard?”.
I più sofisticati inseriscono anche qualche disciplina orientale, tipo tae kwon do o judo, a indicare un perfetto connubio tra corpo e spirito. Il parallelismo con l’ingegneria, connubio tra tecnica e intelletto,è immediato. E’ chiaro che per costruire un grattacielo nessuno sarà più adatto di un karateka e pazienza se ha preso solo 19 in Scienza delle Costruzioni.
E non si pensi che ogni ingegnere abbia un solo curriculum; al contrario, gli hobby sono inventati accuratamente in funzione della società alla cui porta si sta bussando. Si manda il cv a una multinazionale che pretende frequenti spostamenti? Hobby: viaggiare, imparare nuove lingue, collezionare modellini di treni e aerei. Si cerca lavoro nel ramo meccanica? “Adoro passare il mio tempo libero facendo dei lavoretti col tornio”.
Il risultato è che se qualcuno davvero prendesse sul serio un simile currìculum, bollato come inguaribile fancazzista l’ingegnere troverebbe un posto solo come pierre in una discoteca o come animatore al Club Med.
Ma come passa realmente il suo tempo libero un ingegnere? Quali sono i suoi veri hobby?
Intanto, se gli si rivolge questa domanda, l’ingegnere risponde d’impulso: “Non ne ho”. Questo perché, inconsciamente, gli riesce difficile considerare “hobby” il programmare in Visual Basic (e come dar torto al suo inconscio?).
Bisogna allora essere più sottili e cambiare domanda: “Cosa fai quando non sei al lavoro?”. Anche così, comunque, non si ottengono risposte significative; questa volta è la vergogna a bloccarlo. Se si riuscisse a piazzare una telecamera nascosta per scrutare nel suo tempo libero, però, si scoprirebbe che l’ingegnere passa le sue serate a disegnare circuiti integrati, a scrivere macro di Excel o a progettare un finto antifurto a led luminosi che inganni il ladro di passaggio.

L’invenzione che cambierà il mondo

Questo è il vero sogno di ogni ingegnere. E la parola “sogno” cade a fagiolo: generalmente è proprio al risveglio da un lungo sonno che l’ingegnere è convinto di aver avuto l’idea che cambierà la storia. A quel punto prenderà un periodo di aspettativa, si chiuderà in casa e ne uscirà due mesi dopo con il prototipo di una cyber-mano per videogiochi che, collegata a un joystick, replichi esattamente i movimenti che la propria mano fa con un secondo joystick.
A quel punto, se la moglie vuole divorziare gli chiederà: “Ma a cosa serve?. Se invece gli vuole impartire una delusione più moderata gli dirà: “Bello. Ma credo che i giapponesi l’abbiano già inventato”.. Se lo ama ancora come ai primi tempi, gli darà una tisana e lo metterà a letto, sussurrandogli: “Geniale. Ma credo che il mondo non sia ancora pronto”.

La carta stampata

Tra le letture dell’ingegnere c’è il quotidiano a tiratura nazionale, che acquista tutti i giorni e non legge mai. Il mensile in inglese, di solito il “National Geographic” o “Science”, anch’esso mai letto ma che ha almeno l’onore di essere sfogliato (l’ingegnere guarda le figure, come in “Topolino”). Per la narrativa, i grandi classici, acquistati a botte di opere omnie, e qualche libro di fantascienza. In questo quadro apparentemente normale, l’occhio attento potrà scovare le prove dell’ingegnerità di padrone di casa. sul comodino, in mezzo a copie intonse di “Time Magazine” e “Scienza e Víta”, fanno capolino un paio di riviste specialistiche tipo “Lamiera” o “Saldature Moderne”, con interessanti articoli sul mercato degli interruttori bífasicí pieni di appunti e sottolineature. Negli scaffali, tra un Proust e un Asímov, troviamo Il manuale del calcestruzzo.
Ma il libro per eccellenza è il Manuale dell’Ingegnere, un’opera omnia che racchiude la summa del sapere tecnologico mondiale, prezioso riferimento nella sua vita di tutti i giorni; ogni sera, prima di dormire, una sfogliatina: come la Bibbia. Qualunque sia l’impiego dell’ingegnere, il manuale è sempre lì, a dargli una mano, a ricordare tutta la teoria che sta alla base della soluzione di ogni problema pratico.
Per problemi particolarmente complessi, dove anche il Manuale dell’Ingegnere nulla può, il nostro eroe rispolvera dalla preziosa teca in cui lo conserva il classico dei classici, l’unico libro che egli abbia veramente letto e amato in vita sua: il Manuale delle Giovani Marmotte.

Il Senso dell’Umorismo

Fatto che può sorprendere chi non li conosce, gli ingegneri sono dotati di un grande senso dell’umorismo. Lungi dal renderli il fulcro di una serata, però, questo “dono” li isola ulteriormente dal resto del mondo.
Le battute sulle Serie di Fourier, infatti, sono divertentissime, ma quando solo altre due persone nella tua città sono in grado di capirle, il senso dell’umorismo è un ben misero dono.
E così, quando a fine cena scatta il momento delle barzellette, l’ingegnere si rabbuia, chiudendosi in se stesso, alla disperata ricerca di una barzelletta comprensibile o, peggio ancora, cercando di adattarne una al livello culturale dei commensali. In entrambi i casi è meglio sorvolare sul risultato.
Per dovere di cronaca, riportiamo una delle più divertenti barzellette mai raccontate da un ingegnere.
“C’è una festa di funzioni. Il logaritmo parla con x1, Cos(x) sbircia nella scollatura di Sen(x), Tangente di x cura i suoi affari. Tutti si divertono un mondo, tranne dx, che se ne sta sola soletta in un angolo. Sen(x) le si avvicina e le dice: “Dai, non stare lì tutta sola, vieni a parlare con noi, integrati!”.
“Eh, tanto è lo stesso … “.
Nota: poiché non c’è niente di peggio che spiegare una barzelletta, l’autore si rifiuta di farlo.

Le barzellette

Ancora più sorprendente, vista la nomea di noiosità che si portano dietro, è che nelle barzellette sugli ingegneri venga loro attribuito il ruolo del furbo/simpatico, quello che era riservato all’italiano nelle storielle con l’inglese e il francese.
Certo, in queste barzellette l’ingegnere va in giro con un fisico e un informatico e non ci vuole molto a svettare in una simile compagnia, ma resta la soddisfazione dell’essere considerato bene.
A titolo di esempio:
Un ingegnere, un fisico e un informatico fanno un viaggio in auto. A un certo punto l’auto si blocca.
L’ingegnere: “Prima ho sentito un rumore strano. Secondo me si è rotta la cinghia dell’alternatore, dovremmo provare a sostituirla”.
Il fisico: “Hmmm, secondo me si è surriscaldato il motore, dovremmo aggiungere dell’acqua nel radiatore”.
L’informatico: “Perché non proviamo a uscire e rientrare?”.
Se invece prova ad aggirarsi da solo nel mondo delle barzellette, il nostro eroe non fa una gran bella figura…
Durante la rivoluzione francese, tra i condannati alla ghigliottina c’è anche un ingegnere. Prima di lui devono però essere giustiziati un nobile e un frate.
Il nobile sale sul patibolo e il boia gli chiede: “Vuoi essere giustiziato con la faccia in giù o rivolta verso il cielo?”.
“Sono di sangue reale! Noi non chiniamo mai il capo!” e si sistema a faccia in su. Parte la lama e … stonk! si blocca a pochi centimetri dal collo. “Che quest’uomo vada libero! ” ordina l’ufficiale che dirige le esecuzioni.
Tocca al frate: “Vuoi essere giustiziato con la faccia in giù o verso il cielo?” chiede ancora il boia.
“Voglio guardare il cielo, dove sta Nostro Signore” e anche lui si mette a faccia in su. Di nuovo la lama scatta e… stonk! Ancora una volta si ferma prima del collo del frate. “Che quest’uomo vada libero! ” ripete l’ufficiale.
Per ultimo sale l’ingegnere. Solita domanda cui anche l’ingegnere risponde “verso l’alto”.
Il boia sta per calare la mannaia… “Alt!” grida l’ingegnere. “Fermi tutti, ho trovato il guasto! “.

Ritratto di un Ingegnere

Il look

E’ opinione diffusa che l’ingegnere non badi molto al proprio aspetto e si vesta in base a due soli principi: evitare la morte per congelamento ed evitare l’arresto per offesa al pudore. In realtà, analizzando più attentamente il look di un ingegnere, si nota non una totale assenza di cura e gusto, bensì un’attenzione al proprio abbigliamento “a digradare”, dall’alto verso il basso, che riflette la disattenzione crescente con cui l’ingegnere si esamina allo specchio.
Pettinatura normale, ben rasato, gli occhiali potrebbero addirittura essere di Armani. La giacca è decente e la cravatta non ci sta poi così male (anzi, per una coincidenza fortuita, una delle paperette riprende il colore della giacca). Con la camicia iniziano le prime discordanze cromatiche. Indossati pantaloni e cintura, sempre gli stessi indipendentemente da cosa porta sopra, l’ingegnere perde ogni residuo interesse al tema “abbigliamento” e si arriva così all’orrore finale: i calzini, sfidando qualsiasi legge della probabilità, non sono mai in tinta con il resto dell’abito e talvolta neppure fra loro. Le scarpe… beh le scarpe devono solo essere comode e calde; a questo proposito è solo un ultimo barlume di self control che impedisce all’ingegnere di presentarsi al lavoro calzando dei moon boot.

La conversazione

Essendo una persona colta e intelligente, conversare con un ingegnere sarebbe un’esperienza piacevole, se non fosse per la sua mania di voler sempre spiegare tutto a chiunque. Nei cromosomi dell’ingegnere è infatti scritto a chiare lettere il desiderio di migliorare l’umanità. Per questo motivo egli è tecnologicamente incontinente: tenere per sé le proprie conoscenze gli sembra un atto di egoismo inconcepibile ed è facile trovarlo intento a spiegare le basi teoriche della fissione nucleare a un’allibita platea di zie poco competenti e ancor meno interessate. Il genere di argomenti affrontati fa di lui un oratore incontrastato: quando attacca a spiegare l’albero a camme la platea si paralizza per paura che un colpo di tosse, un movimento del capo o un barlume di vita nell’espressione possa essere scambiato per un segno di interesse e interpretato come incoraggiamento ad andare avanti.
Insomma, l’ingegnere è vinto dalla paura che gli altri possano non capire, che possano malinterpretare qualcosa. Per questa ragione spiega ogni sua idea, e dopo averla spiegata la rispiega, cercando di renderla più semplice con l’ausilio di esempi pratici. Quello che voglio dire è che un ingegnere, preso dalla smania di farsi capire, perde un po’ di vista la realtà e si incaponisce nella spiegazione e rispiegazione di concetti ormai chiarissimi, inframmezzando il discorso con un repetita juvant ogni tre frasi, e se qualcuno non lo fermasse egli potrebbe anche andare avanti all’infinito, perché secondo lui…

La curiosità

L’ingegnere è un gran curiosone. Come al Solito, questa sua caratteristica non è rivolta verso la vita di tutti i giorni: a lui non importa sapere con chi si è messo il tale o con chi ha litigato il tal altro. La sua curiosità è rivolta al mondo degli oggetti. Egli cerca sempre di capire come funzionano le cose. Appena ha un attimo libero, prende un apparecchio, lo smonta tutto e dice: “Aah, ecco come funzionava”.
Da notare il corretto uso del passato, visto che nove volte su dieci il pezzo non tornerà mai più quello di una volta. L’ingegnere è a tal punto assorbito dalla magia dei funzionamento che, anche di fronte a un apparecchio mai visto, egli non si chiede: “A cosa serve?”, ma “Come funziona?”. Diretta conseguenza di questa deformazione mentale è, sul lavoro, la produzione di complicatissimi marchingegni che funzionano perfettamente ma non servono a una mazza.
Gli psicologi avrebbero buon gioco nel risalire alle cause di questo comportamento: tutto nasce da una bugia detta da bambino quando, dopo aver irrimediabilmente rotto la radio, l’ingegnere in erba dice al papà “Volevo capire come funzionava”.. La reazione del padre, che si commuove e lo porta a esempio con i parenti, gli fa capire che quella è la strada giusta: è nato un nuovo smontatore folle.
Per lo stesso motivo, l’ingegnere è facilmente riconoscibile quando porta la macchina dal meccanico o chiama il tecnico della caldaia, perché si piazza immediatamente alle sue spalle per vedere cosa fa, tempestandolo di domande sul funzionamento di ogni singolo pezzo, cercando di aiutarlo ma, di fatto, rendendogli il lavoro ancora più complicato.

L’amore per le novità

Il riso abbonda sulla bocca degli stolti, si sa. A puntuale riprova di questo detto, la maggior parte delle invenzioni, anche quelle che hanno cambiato il mondo, sono state accolte da scetticismo e manifestazioni di scherno.
Dei primi treni, che “sfrecciavano” a 25 km/h nelle campagne inglesi, si diceva che andavano troppo veloci, mentre delle prime automobili si disse che non avrebbero mai potuto sostituire il cavallo. Il direttore generale del Ministero delle Poste americano definì “completamente idiota” l’idea dell’illuminazione elettrica, mentre il suo collega inglese rifiutò il telefono perché c’erano già abbastanza fattorini.
Insomma, gli ingegneri sono abituati a scontrarsi con l’ottusità dei loro finanziatori e non vi prestano neanche più attenzione. Per loro il problema è un altro. Come delle Cassandre tecnologiche, essi vedono il futuro e abbracciano con entusiasmo qualsiasi novità, purché contenga almeno 30 microchip e un’ottantina di funzioni automatiche. Il dramma è che, in quanto precursori, si trovano da soli in un deserto di persone scientificamente primitive e non sanno con chi condividere le gioie del progresso.
Si pensi al dramma di chi comprò il primo televisore (sicuramente un ingegnere) e si ritrovò a fissare per mesi uno schermo con scritto “prova”, tentando di convincere i propri amici di aver fatto un buon acquisto. Oppure la situazione in cui si sono venuti a trovare Meucci, Bell e Popov, uno italiano, uno americano e uno russo, ognuno dei quali sostenne di aver inventato il telefono. Indipendentemente da chi ebbe l’idea per primo, è certo che i tre potevano solo telefonarsi tra loro (“oh, squilla il telefono. Suspense. Sarà Bell oppure Popov?”), non capendo niente di quello che si dicevano e spendendo milioni in telefonate intercontinentali.
Ciò nonostante, la sola idea di poter dire “io ho comprato il primo computer” manda gli ingegneri in solluchero ed è per questo che, nelle soffitte delle loro case, è facile trovare cumuli di inutilizzatissimi quanto costosi videotelefoni, televisori a schermo largo e videoregistratori betacam, tutti idealmente accomunati dal pensiero “Chissà come mai non hanno avuto successo? Funzionavano così bene … “.

Il marchio indelebile

Per motivi oscuri, un sacco di gente adora pronunciare la parola ingegnere. Chi lo è, può stare sicuro che tutti glielo ricorderanno continuamente, facendo squillare gaiamente questo appellativo ogni volta che lo incrociano. “Buonasera Ingegnere! Buongiorno Ingegnere! ” non scorderanno mai di precisare il vicino di casa, il benzinaio, il meccanico, l’edicolante… mentre nessuno al mondo si rivolgerebbe a un laureato in un’altra disciplina scientifica con un cordiale: “Buongiorno Fisico!” o “Buongiorno Matematico! “.
E questo nonostante la qualifica di ingegnere non corrisponda affatto a un mestiere (gli ingegneri, notoriamente, sono in grado di fare qualsiasi lavoro, perché quello che conta è la “struttura mentale”) ma semplicemente a una laurea. Insomma, per colui che un tempo si chiamava Andrea, Guido o Matteo, “ingegnere” diventa una sorta di marchio indelebile che lo accompagnerà fino alla morte, che faccia un vero lavoro da ingegnere o che sia disoccupato, che sia in pensione o che abbia completamente cambiato mestiere (“Devo andare a farmi otturare un molare dal mio ingegnere”).
A uso degli ingegneri, possiamo provare a individuare le tre principali motivazioni di un simile comportamento. Una persona ti chiamerà ingegnere se:
>Non si ricorda come ti chiami (Esempio tipico: il capo quando fa il giro degli uffici con un cliente importante: “Le presento… ehm… il nostro ingegnere”).
>Ti sta prendendo per il culo (i vicini di casa, il giorno dopo l’iscrizione all’università: “Allora, come sta il nostro ingegnere?”).
>Sta cercando di fregarti (il fotografo che ti salta addosso appena hai messo piede fuori dall’aula magna, mezzo secondo dopo esserti laureato. “Ingegnere, lo vogliamo prendere il ricordo della tesi? Sono solo 250.000 lire per quattro foto, un vero affare”).

L’ingegnera

Se nel campo della tecnologia l’ambiente degli ingegneri è sempre all’avanguardia, in quello dei rapporti sociali fatica a restare al passo coi tempi. Un ottimo esempio è la condizione delle donne ingegnere, in troppi casi ferma al periodo pre femminismo. Per affermarsi, la donna ingegnere deve infatti lottare contro una lunga lista di stereotipi.
>La bruttezza
Qui, obiettivamente, c’è poco da lottare: o si è belli o non lo si è. D’altro canto gli ingegneri uomini non sono proprio degli adoni, quindi dovrebbero stare zitti.
>I rapporti di potere uomo/donna
Il sogno di molti uomini è ricreare all’interno degli ambienti ingegneristici una situazione simile a quella dei varietà tv: vecchiardi brutti e grassi che comandano, affiancati da silenziose bonazze in tanga. Per la parte maschile il risultato è raggiunto. Per quanto riguarda le donne, nonostante siano sempre di più quelle, anche carine, che si iscrivono a ingegneria, sembrerebbe più difficile convincerle a mettersi le mutande di paillettes e fare un balletto prima di presentare il loro ultimo progetto.
>La mascolinità
E’un sentire comune che l’ingegneria sia una branca della scienza riservata agli uomini, che solo a essi possano interessare turbine, transistor e diagrammi a flusso. Pertanto, se una donna prova ad affrontare queste materie, viene subito tacciata di mascolinità. Si tratta di un pregiudizio palesemente infondato; sarebbe come se dicessimo che gli uomini a cui piace la danza sono tutti effeminati (ehm, forse non è un buon esempio …).
>Gli esami passati più velocemente
Un’altra meschina insinuazione, del tutto priva di fondamento. Anzi, alle ragazze è richiesta più determinazione, poiché quando chiedono colloquio il professore non le guarda mai negli occhi. Per prepararsi all’esame e simulare le condizioni reali, inoltre, le ingegnere fanno l’ultimo ripasso in compagnia di un bull dog: da uno studio condotto sui professori, infatti, risulta che in corrispondenza dell’interrogazione di una ragazza la produzione di bava aumenta del 400%.
Insomma, vita dura per una donna e ancora lunghi passi da percorrere prima di essere considerata alla pari. Prova neè che non esiste neppure un termine ufficiale per definirla: ingegnera? Ingegnere? Ingegnere donna? Ingegneressa?

I Diversi Rami

L’ingegnere è una figura poliedrica, che sioccupa un po’ di tutto. Ecco una breve guida per districarsi nei meandri dell’ingegneria, con un’avvertenza: nove volte su dieci il lavoro effettivamente svolto da un ingegnere non ha niente a che vedere con il suo titolo di studi.

Ingegnere aerospaziale

Esperto di razzi e turbine, si è iscritto a Ingegneria dopo aver visto mille puntate di Star Trek e si è laureato con una tesi sull’Alabarda Spaziale. E’grazie a lui che Goldrake può trasformarsi in un razzo missile, con circuiti di mille valvole.

Ingegnere ambientale

In teoria il suo compito sarebbe quello di rimediare ai disastri ecologici combinati dai suoi colleghi chimici, meccanici, nucleari ecc. In realtà si distingue da essi perché studia e lavora in ambienti pitturati di verde e nel computer ha uno salvaschermo con le margheritine.

Ingegnere biomedico

Lavora nel campo delle protesi, suscitando risolini e ilarità ogni qualvolta confessa la sua professione.

Ingegnere chimico

E un po’ il “carabiniere” di Ingegneria. Di lui si dice che chi ha difficoltà con gli studi a ingegneria cambia facoltà. Chi proprio non ce la fa, torna a ingegneria e si iscrive a chimica.

Ingegnere civile

Quello che costruisce case, cavalcavia, ponti ecc. A causa di un malinteso sull’etimologia della propria specializzazione, gli ingegneri civili si sforzano in ogni occasione di essere educati, di parlare a voce bassa, di non mettersi le dita nel naso…

Ingegnere informatico

Ha costruito la sua vita attorno al primo principio dell’informatica:
“Quando qualcosa non funziona, esci e rientra”. Si è pure laureato cosi: ogni volta che veniva bocciato? usciva dall’aula e rientrava immediatamente. E’ piuttosto facile sbarazzarsi di lui a una festa. Basta dirgli: “Ehi si è rotto l’impianto elettrico” e sprangare la porta alle sue spalle non appena esce di casa.
E’ il discendente diretto dell’ingegnere elettronico (ormai sorpassato), che aveva costruito la sua vita attorno al primo principio dell’elettronica: “Quando qualcosa non funziona, dai una botta sul televisore” (che i più integralisti applicavano alla lettera, dando una botta sul televisore anche quando era guasta la lavatrice).

Ingegnere gestionale

Si tratta di un banalissimo ingegnere meccanico che, per aver superato tre esami di economia, crede che il suo primo impiego sarà quello di Vicedirettore Generale alla Fiat. Dopo la laurea lo aspetta un duro risveglio.

Ingegnere dei materiali

Il suo miglior amico non è un uomo, né un cane, ma la tavola periodica degli elementi, che egli si diverte a mischiare come un disk jockey pazzo per ottenere materiali sempre nuovi e, soprattutto, sempre più utili. A chi gli chiede perché l’oro è prezioso risponderà “Perché è un ottimo conduttore”. Tra i suoi maggiori exploit ricordiamo l’uso del piombo per le tubature dell’acqua potabile e la creazione del cancerosissimo Eternit, (per fortuna tolto di mezzo dopo pochi decenni dalla sua introduzione sul mercato) il cui inventore è il trionfatore del concorso “il nome più azzeccato della storia”.

Ingegnere meccanico

E’ un po’ il tuttofare dell’ingegneria, non è specializzato in niente, ma sa (o dovrebbe sapere) fare un mucchio di cose. Vive accompagnato dalla maledizione di dover sentire sempre la stessa battuta ogni volta che gli si guasta la macchina. “Ma perché non te la ripari da solo? Non sei un meccanico?”.

Ingegnere navale

Una delle prime specializzazioni ingegneristiche della storia. L’inventore della zattera, della canoa, del sommergibile, del transatlantico e del mal di mare.

Ingegnere nucleare

“Iscriviti a ingegneria avrai un lavoro assicurato ed interessante. Sarai ricercatissimo”.. Provate a dirlo a quelli che si sono laureati in ingegneria nucleare nel 1986, pochi mesi prima dei referendum che, di fatto, hanno seppellito la professione sotto uno strato di cemento più spesso di quello sotto cui è sepolto il reattore n.4 di Chernobyl. Da allora, il problema del nucleare in ltalia si chiama riconversione delle centrali, delle scorie e degli ingegneri nucleari, la cui professionalità è oggi richiesta come una villetta a Mururoa.

Le rivalità

Questa sua tendenza a ficcare il naso in tutti i rami dello scibile ha spesso causato attriti con gli specialisti dei singoli settori: nell’antichità c’erano problemi con i matematici e i filosofi, poi con gli alchimisti, quindi con i generali. Oggigiorno l’ingegnere gestionale contende i ruoli da Top Manager agli economisti bocconiani e, con l’invenzione della biomedica, è addirittura riuscito a infilarsi in sala operatoria. Ma la rivalità più radicata, che continua anche al giorno d’oggi, è quella con gli architetti.
Ottimi argomenti a favore di questi ultimi è che vestono meglio, guadagnano di più e soprattutto bazzicano in ambienti in cui si incontrano molte più donne, perenne causa di migrazione degli ingegnerini in pausa pranzo, che vanno al bar di architettura “perché i panini sono più buoni”.
Per contro, se risaliamo nel tempo fino a scivolare nel mito, vediamo che l’Arca di Noè è senz’altro un grande successo dell’Ingegneria navale, mentre la Torre di Babele è un patetico fallimento ispirato dall’arroganza degli Architetti.


Test per Ingegneri (by Veltro):

Se siete aspiranti ingegneri, se vi chiamate Amilcare e sospettate che i vostri genitori vi abbiano programmato un futuro da ingegnere, se non ne avete abbastanza di quanto sopra, allora potete verificare il vostro grado di ingegnerizzazione attraverso questo quesito formulato dal nostro amico Veltro (che ringrazio ;) ):

“L’ingegner Ubaldo, sta intraprendendo un viaggio in crociera, dopo un pasto con i colleghi e un convegno tenuto in sala conferenza della nave, decide di andare in camera.
Come ogni buon ingegnere imposta il suo orologio atomico perchè lo svegli facendo vibrare il cotone del cuscino tramite apposite frequenze di risonanza esattamente alle 10 del mattino, ora in cui la nave attraccherà nella città di Parabolonia, un pò più di un’ora al di là della linea del’equatore.
L’ingegner Ubaldo prima di andare a riposarsi è solito andare in bagno per fare i suoi bisogni, ma appena chiude la porta si dimentica di aver inserito il blocca-maniglie da lui stesso inventato e che aveva fatto installare per proteggere il suo spazzolino con le con equazioni eisteniane che sua madre gli aveva regalato a 9 mesi e a cui era molto legato, il meccanismo normalmente per sbloccarsi necessiata di una parola d’ordine, ma per chissà quale strano contatto il marchingegno non da segni di voler riconoscere la parola, anzi, si mette pure a ricattare il povero ingegnere:”ti aprirò solo nel momento in cui mancherà meno di un’ora a Parabolonia, hai una sola possibilità per dire <apriti> al momento che tu riterrai esatto”.
Il povero Ubaldo è terrorizzato.

I finestrini sono oscurati da tendine dal coefficente d’attrito troppo grande, sicchè non puo calcolarsi la velocità della nave e la sua posizione riferendosi alle obre che il sole proietta e rapportandole allo spostamento relativo della sua posizione in relazione al cambio di latitudine
Il mare è perfettamente piatto sicchè non può accorgersi se la nave si muove o è atraccata a quache molo, ne può calcolare la posizione della nave calcolando la forza del vento che spinge le onde sulle paratie data la precisa conoscenza delle correnti marine e aeree presenti durante la rotta, anche perchè il percorso è pieno di pericolosi scogli e quindi non può sapere se venti e correnti marine provengono da nord-sud-est-ovest in quanto spesso la nave si gira su se stessa per evitare le roccie.
Il bagno è costituito da un semplice gabinetto, un lavandino e un piccola doccia oltre che uno specchio e una lampadina, un semplicissimo bagno insomma.

Dopo essersi disperato e dedicato ben 3 equazioni a Heisenberg perchè portasse gli atomi della maniglia ad uno stato “entangled” con la sua penna stilografica in modo che muovendo quest’ultima si aprisse anche la maniglia, di cui verrebbe cambiato anche lo spin, ma poi si ricorda che la meccanica quantistica non la capiva pure lui e allora si mette a piangere.

Ad un certo punto però esclama “Eureka!”. L’ingegne Ubaldo è finalmente sicuro di poter dare la risposta giusta.”

Come ha fatto? come farà a capire quando mancherà meno di un’ora all’attracco?

Capire gli ingegneri (parte I)

7 maggio, 2010 (22:08) | Articoli | By: makutolandia

Tratto dal libro
“Lavori socialmente inutili – gli ingegneri”

Proprio così noiosi?

Siamo tutti concordi nel ritenere la simpatia una delle caratteristiche fondamentali di una persona, insieme all’intelligenza e alla bellezza (e al suo conto in banca).
Ma in un mondo dove, pronunciate con il giusto accento, le parole bello e furbo significano rispettivamente “pezzo di ciospo” e “bravo fesso”, anche l’espressione “è simpatico” deve destare sospetto, se usata in due contesti particolari.
“Com’è quella ragazza?” “Mah… è simpatica”. In questo caso si indica, senza possibilità di malintesi, che la suddetta ragazza è irrimediabilmente un rospo.
“Ti presento un mio amico. E un ingegnere, però è simpatico”. In quest’altro caso si intende implicitamente che la stragrande maggioranza degli ingegneri sono degli sfigati totali.
E nell’immaginario collettivo, effettivamente, l’immagine dell’ingegnere non spicca per brillantezza. Egli è riconosciuto come un genialoide e ci si fida di lui ogni qual volta si prende un aereo, si sale su una funivia, si passa su un viadotto o dentro una galleria. Ma nella lista delle persone con cui si gradirebbe passare una serata, l’ingegnere viene poco prima del mostro di Milwaukee.
Oltretutto è l’ingegnere stesso ad alimentare questa cattiva fama e a ritenere che la nomea di noiosissimo attribuita ai suoi colleghi (non a se stesso, si badi) sia del tutto meritata. Al punto che il metodo più rapido per far breccia nel suo cuore è dirgli “tu sei un ingegnere atipico”.
Ma è tutto vero? Gli ingegneri sono realmente dei noiosissimi fanatici di motori a propulsione idrodinamica, o sotto la rude scorza di civili, elettronici, informatici, tlc, meccanici, nucleari e quant’altro si nascondono degli allegri simpaticoni ? E in che modo saper risolvere un’equazione differenziale di quarto grado li aiuta nella vita di tutti i giorni?

Da Bambino

Ingegneri si nasce o si diventa? Né l’uno né l’altro. Quello che conta è nascere in una famiglia della serie “mio figlio sarà un ingegnere e io farò di tutto affinché ciò accada”. Apparentemente simile ai suoi coetanei, dunque, a uno sguardo attento il bimbo predestinato è riconoscibile da alcuni particolari.

Il nome.

L’ovvia osservazione che nessun “Gigi” o “Pino” sarà mai un importante dirigente d’azienda fa sì che il genitore avveduto programmi persino il nome del nascituro, che non viene scelto dall’elenco dei Santi, bensì da quello dei premi Nobel. Più il nome è altisonante e più importante è il personaggio, maggiori saranno le aspettative dei genitori.

L’educazione

E’ una parte fondamentale del progetto “figlio ingegnere” e una delle più difficili da realizzare. Si tratta di far apparire interessante ed allettante una carriera da progettista alla Fiat. Un’opera propagandistica che, in quanto a fantasia, supera quella dei “comunisti che mangiano i bambini”.
La tattica è semplice: si tratta di incensare Ingegneria e contemporaneamente gettare fango su tutte le altre facoltà e professioni, con frasi del tipo:
“Guarda com’è robusto e alto quel signore, Elvio; è senz’altro un ingegnere”.
“Dai cento lire a quel laureato in scienze politiche che chiede l’elemosina, Odoacre”.
“uuuh, Rinaldo, guarda che carina quella bimba. Da grande diventerà sicuramente la moglie di un ingegnere… “.
“Aleramo, fai il bravo, altrimenti chiamo l’idraulico! “.

Tra le mura domestiche verranno lette solo fiabe opportunamente modificate: Biancaneve e i sette ingegneri minerari, Cappuccetto Rosso e il Filosofo cattivo, Pollicino (con il rettore di Lettere nella parte dell’Orco). I papà più diabolici arriveranno anche a doppiare i film e il bimbo crescerà avendo come eroe l’Ingegner Rambo.

I giochi

Mentre i bambini normali fanno le battaglie con i soldatini, l’ingegnerino all’età di due anni ha già ricevuto una confezione da 20 kg di Lego, il Meccano, il Piccolo Chimico e ha dovuto firmare una dichiarazione in cui si impegna, prima di richiedere altri doni, a trovare il punto di fusione dello stagno e a costruire una riproduzione del ponte di Brooklyn in scala 1:10. E se proprio riesce a convincere i suoi a regalargli un bambolotto, si ritroverà ad essere l’unico bambino della compagnia a giocare con “Big jim progettista”, in giacca e cravatta e 24 ore in finta pelle.
Al giorno d’oggi cambia la forma, ma resta la sostanza; niente Lego né Big jim, dunque. Ma, quando tutti i bambini videogiocano con Lara Croft o Fifa 2000, l’ingegnerino passa le sue ore al computer a “divertirsi” con Autocad 14.

Come salvarsi

Se vi chiamate Rubbia (di nome), se nella versione del Titanic che avete visto la colpa era di un cattivissimo architetto che aveva sabotato l’ altrimenti magnifico piano dell’Ing. Di Caprio e se all’ultimo Natale vi hanno regalato un tecnigrafo, siete messi male. L’unica soluzione è far fuori mamma e papà.. Del resto, il fatto che essi abbiano deliberatamente deciso di farvi perdere 5 diottrie e metà dei capelli entro i 24 anni, e di farvi passare il resto della vostra vita a progettare alberi a camme, costituirà sicuramente un’attenuante nel caso vi becchino.
Ma attenzione: pensate prima a come mettere in pratica il vostro proposito.. Se vi vengono in mente soluzioni efferate, passi. Ma se pensate di collegare alla maniglia della porta del salotto un’asta a bilanciere che, innestandosi in un toroide genera un impulso elettromagnetico che manda un segnale radiocomandato a un braccio meccanico che agisce sul grilletto di un fucile a precisione…
Se pensate tutto questo, lasciate perdere: l’opera di ingegnerizzazione è stata completata e non c’è più niente da fare.

L’università

Per il predestinato, l’iscrizione al Politecnico rappresenta solo un atto burocratico, una banale azione il cui risultato sarà il riconoscimento formale, da parte dello Stato, del suo essere un ingegnere. Cosa che, peraltro, egli sapeva benissimo di essere già dalla nascita.
Pertanto la scelta della facoltà non è il risultato di dubbi angosciosi e di notti insonni passate a sfogliare i piani di studio di tutte le università italiane, da Araldica a Zoologia. No, andare all’università è una cosa che egli sa già fare, geneticamente, come dimensionare un flussometro o calcolare il logaritmo neperiano di 3.
Ma non tutti gli iscritti al primo anno di Ingegneria hanno la forza dei propri cromosomi dalla loro.
C’è chi lo fa come precisa scelta per entrare più facilmente nel mondo del lavoro (salvo poi scoprire, una volta laureato, che le statistiche erano sbagliate, e che sarebbe stato molto più conveniente iscriversi a Geologia o, meglio ancora, fare un corso da parquettista).
C’è chi si iscrive all’Università al solo scopo di ritardare di un anno la partenza a militare: tanto vale allora buttarsi su una facoltà che permetta di vantarsi con i propri parenti e scroccare laute mance natalizie (“Mica mi sono iscritto a una facoltà qualsiasi … “).
C’è chi lo fa perché al liceo aveva 8 in matematica e fisica e chi perché, nelle stesse materie, aveva 4, ma “era tutta colpa dei professori che non sapevano valorizzare il mio lato scientifico. Gliela farò vedere io, chi aveva ragione …”. Tempo medio di permanenza in facoltà: 3 settimane, 1 mese al massimo, se c’è qualche compagna di corso carina (evento altamente improbabile).
E, a proposito di compagne carine, non mancano nemmeno le iscrizioni dettate dal cuore più che dalla ragione:
“Anche il mio ragazzo si è iscritto a Ingegneria. Così frequenteremo le stesse lezioni e studieremo insieme e ci vedremo tutto il giorno” (Per coppie innamorate e/o psicopatiche).
“Il mio ragazzo si è iscritto a Economia, e la sede di Ingegneria è quella più lontana” (Per coppie già un po’ meno innamorate).
“Il mio ragazzo è al secondo anno di Ingegneria: almeno non dovrò comprare i libri” (Coppia che non ha più niente da dirsi o coppia genovese).

Analisi

Mai nome fu più azzeccato: non si contano gli aspiranti ingegneri che finiscono in analisi dopo il 12° tentativo di passare l’esame.
E in effetti questo esame è uno dei più grossi spartiacque del corso di laurea:
chi riesce a passarlo solo al 10° tentativo perderà notti di sonno, perderà peso e perderà i capelli.
chi lo passa alla prima, in compenso, perderà gli amici: l’invidia è una gran brutta bestia.
In entrambi i casi affrontare l’esame di Analisi 1 ha un che di epico, è un po’ come una grande battaglia, ognuno ha la sua fetta di aneddoti più o meno grotteschi da raccontare. E, come le grandi battaglie, anche Analisi i ha i suoi eroi.
Pensate a Ciccio (non un gran nome per un ingegnere, ma tant’è…. ) che, dopo mesi di accurata preparazione, si presenta a dare l’esame, salutando gli amici al grido di
“ho studiato tutto. L’unica cosa che proprio non so, sono i due teoremi di Lagrange. Non ho capito niente”.
… 15 minuti dopo
Professore: “Buongiorno”.
Ciccio: “Buongiomo”.
Professore: “Dunque…. cosa potrei chiederle… mi dimostri il teorema di Lagrange”.
L’uomo comune inizierebbe a urlare, a balbettare patetiche scuse o a piagnucolare sul tono “le giuro che è l’unica cosa che non ho studiato, mi faccia un’altra domanda, la prego … “.
Ma Ciccio è un eroe e affronta la morte guardandola negli occhi:
“Quale? Il primo o il secondo? “.
“II primo”.
A questo punto la platea è conquistata e segue la vicenda col fiato sospeso, sperando nel miracolo. Ciccio è già entrato nel mito e, se cedesse, lo capiremmo. Ma lui no. Prolunga l’agonia e lotta fino all’ultimo.
“Veramente il Primo non l’ho fatto”.
“Non importa. Mi dimostri pure il secondo”.
“Non ho fatto neppure il secondo. Vado? “.
“Vada”.
Applausi e pacche sulle spalle.
Ciccio è anche il perfetto esempio di un’altra classe di laureandi: lo sfortunatissimo. Quello a cui chiederanno sempre l’unica parte che non ha studiato o, se ha studiato tutto, quella che ha capito un p� meno o, se ha capito tutto, qualcosa che non è nel programma o che non è neppure ancora stato dimostrato.
Per questo, all’appello successivo, i Cicci combattivi si preparano sempre più meticolosamente, arrivando a telefonare ai pronipoti di Lagrange, per chiedere se per caso il loro trisavolo non avesse un terzo teorema gelosamente custodito nel cassetto (la probabile risposta sarà: effettivamente sì, l’abbiamo venduto ieri a un professore di Ingegneria, ha detto che lo avrebbe usato per un esame … )
Alla fine però, stanchi di lottare, i Cicci di tutte le sezioni di Ingegneria si piegheranno al destino, accetteranno qualunque voto pur di porre fine al calvario e si laureeranno con un’immeritatissima media del 22.

Scienza delle costruzioni

Esperienza comune a tutti i corsi di laurea, è considerato dai professori e da una certa categoria di studenti come un esame fondamentale per la formazione del laureando. E’ invece un orrido mattonazzo secondo altri studenti, quelli che hanno una vita.
La materia insegnata varia a seconda del corso di laurea, così come l’insegnante. Ciò nonostante alcune peculiarità si manifestano trasversalmente in tutte le sezioni, da Elettronica a Gestionale:
> il professore ha 80 anni, un nome strano e ripete la stessa lezione, parola per parola, negli stessi giorni e alla stessa ora da 35 anni. Lieve controindicazione: gli ultimi ritrovati della scienza e della tecnica sono un tantino “trascurati” e il professore, nella lezione del 12 febbraio, auspica l’avvento di uno strumento di calcolo più veloce del pur sempre utilissimo regolo.
> non esiste alcun libro su cui studiare. Oppure ce ne sono 12, da cui prendere a spizzichi e bocconi. Oppure ce n’è uno solo, ma è in tedesco, scritto a mano con calligrafia indecifrabile.
> l’esame comincia con la frase “Le chiederò qualcosa di facile … ” e finisce con lo studente in lacrime, giunto al livello più basso della sua autostima.
Contrariamente ad Analisi, Scienza delle costruzioni è un esame che si passa alla prima. La variabile, in questo caso, è il tempo necessario per prepararsi. Ed è una variabile molto variabile: si va da tre settimane (il figlio del rettore) ad alcuni anni.
In più è un esame letale per quelli successivi, perché in qualunque caso provoca reazioni scomposte dei professori e tre frasi tipiche:
> Per chi lo ha passato per un pelo: “Eh, ma lei mi ha preso solo 18 di Scienza, io non posso certo darle di più. Che figura ci faremmo?”.
> Per chi lo ha passato alla grande: “Ma come? Lei mi prende 30 di Scienza delle Costruzioni e mi viene a dire che non conosce la teoria di Xrebohjhrtevic? Ma lo ha passato lei o un suo sosia?”.
>Per chi non lo ha ancora sostenuto: “Ma come? Lei non mi ha ancora passato Scienza e si presenta qui da me?”.
L’ultimo caso è il peggiore, perché a questo punto al povero studente tocca pure sorbirsi un’ardita metafora, diversa a seconda della sezione:
> (Civile) “Lei vuole costruire il tetto prima di aver gettato le fondamenta?”.
> (Meccanica) “Lei vuole progettare il tergicristallo prima di aver dimensionato il motore?”.
> (Chimica) “Lei vuole fare reagire lo stagno con l’uranio e invece usa il plutonio?” (metafora che non c’entra assolutamente niente; del resto i chimici sono gente strana).

L’ultimo esame

Il passaggio del tempo a Ingegneria è segnato dall’allungarsi dei nomi degli esami. Si passa da Fisica a Meccanica Razionale (strano nome che sottintende l’esistenza di una Meccanica Irrazionale) a Meccanica Applicata alle Macchine. E ultimo esame, pertanto, di solito si chiama “Ingegneria del Reattore Nucleare a Fusione” o “Cinetica Statica dei processi chimici industriali”.
La prima parte del corso, quella più complessa, consiste nell’impararne il nome a memoria.
La seconda parte è una prova di coraggio e fantasia: si tratta di presentarsi all’esame sapendo il meno possibile e di inventare la scusa più assurda per giustificare la propria totale impreparazione. A riprova del livello di ottenebramento psichico raggiunto, il laureando pretende non solo di passare l’ultimo esame senza sapere nemmeno di cosa parli, ma se prende meno di 28 si lamenta pure.
D’altro canto, applicato nella vita di tutti i giorni, il ragionamento non è del tutto campato in aria: al bar, per esempio, dopo ventotto birre si può sperare che almeno la ventinovesima sia offerta dalla casa.

La tesi

E una specie di rappresentazione teatrale della vita che verrà, dell’impatto, ormai prossimo, dell’ingegnere con il mondo del lavoro. In quanto tale, i primi mesi di tesi vengono passati nell’inattività più assoluta (rappresentazione della disoccupazione). Poi a giocare a Tetris con il potentissimo computer acquistato per scrivere la tesi (periodo di formazione). Quindi ci si getta nella stesura della tesi vera e propria, con l’entusiasmo del neoassunto.
Qualche mese dopo, da questo sforzo titanico uscirà un’imperdibile opera di 600 pagine, interessantissima già a partire dal titolo:
Influenza della pallinatura sulla resistenza a fatica di un composito a matrice metallica. Dopo aver speso novecentomila lire tra fotocopie e rilegatura, il quasi ing. si avvia orgoglioso in segreteria, consegnando la tesi con una settimana di anticipo rispetto alla scadenza, “cosi avranno il tempo di leggerla con più attenzione”.
Li lo sbarbato vedrà che il suo prezioso lavoro verrà riposto in una campana di plastica bianca con la strana scritta “Solo Carta” e gli verrà consegnato un modulo in cui gli si chiede di esporre in tre righe titolo e contenuto della tesi. Tre! Riuscire a condensare in tre righe sei mesi di ricerche è un impresa che meriterebbe la laurea ad honorem in Lettere. Vista la lunghezza dei titoli, tra l’altro, si finisce con lo scrivere cose del genere: “Tìtolo: Analisi della fattibilità del progetto di contenimento dell’inquinamento acustico nelle immediate vicinanze dell’Aeroporto di Malpensa 2000, mediante l’installazione di barriere fonoassorbenti in silicato laminato. Contenuto: Fattibile”.
Dopodiché, 10 minuti di discorso dall’effetto più potente di un litro di valium e l’ingegnere è finalmente tale. Il suo destino è compiuto.

Cercare lavoro

Uh uh uh uh aha: illusione.
Ultimo anno di liceo. E’ maggio. La maturità, e la matura età, sono alle porte. C’è l’esame e dopo… la vita. Per prepararsi alla maturità basta studiare. Ma come prepararsi alla vita? Niente di meglio che una bella sessione di “Incontri preparatori alle grandi scelte della vita. Come capire qual è la facoltà giusta”. Oggi è la volta di ingegneria. Dalla cattedra si alza e parla un top manager molto convinto; in platea siedono e pensano ragazzi molto scettici e poco interessati.
Top Manager Convinto: “Buongiorno ragazzi. Vi vedo bene”.
Ragazzo Scettico: (bravo, hai scelto gli occhiali giusti).
“Siete giovani ed è giusto che adesso siate spensierati … “.
(Veramente io me la sto facendo addosso al pensiero della maturità).
” ma dovete anche pensare al futuro”.
(Ci penso eccome: speriamo che non mi chiedano Dante).
“E il futuro nel vostro caso si chiama studio”.
(Però! 3 anni di asilo, 5 di elementari, 3 di medie, 5 incrociando le dita di liceo e il mio futuro “si chiama studio”? Che fantasia!)
“lo sono qui per illustrarvi i pregi della scelta di Ingegneria. E per non essere troppo astratto, vi illustrerò le tappe del mio personale cammino”.
(Ecco, bravo, spiegami cosa devo non fare per non diventare come te.)

Seguono 40 minuti di “tappe”, durante i quali di tutto si parla tranne che di soldi. Ma il Top lascia comunque intuire che si guadagni una barca di denaro e, miracolo, molti scettici cominciano a cambiare idea e a domandarsi:
“Ma sarà facile trovare un lavoro? “.
“Vi starete domandando se è facile trovare un lavoro. Beh, lasciate che vi dica una cosa: è come trovare una donna per una rockstar! Ve lo assicuro, ragazzi: altro che laurea, altro che quinto anno, già al quarto avrete alla porta le migliori aziende italiane che vi imploreranno di andare da loro. Abbiamo fame di ingegneri. Per bruciare i tempi avevo quasi pensato di portare dei contratti già oggi. Per cui ragazzi anzi, Ingegneri, vi prego: fate in fretta. Abbiamo bisogno di Voi”.
Quattro anni dopo, il fu studente scettico, ora aspirante top manager convinto, se ne uscirà con frasi del tipo:
“Mamma, oggi mi sono iscritto al quarto anno. Se passa Agnelli, digli che sono occupato, devo studiare, semmai lo richiamo. Anzi, sai che faccio? Stacco il telefono, così mi lasciano in pace”.
Dopo un altro anno abbondante, esaltato dalla laurea appena conseguita e ancora sull’onda dell’illusione “da incontro preparatorio”, il neo ingegnere non accenna neppure a cercare lavoro. Se ne sta beatamente seduto ad aspettare che il lavoro cerchi lui.
Dopo un mese di silenzio assoluto ha un’intuizione geniale: non lo cercano perché nessuno ancora sa della sua laurea; la grande mossa pertanto consiste nel telefonare alla Telecom per fare aggiungere un “Ing.” davanti al suo nome nell’elenco.
Dopo un altro mese passato nell’indifferenza generale, comincia a sospettare che il telefono sia rotto; acquista un cellulare e di tanto in tanto si chiama da solo per vedere se il telefono di casa funziona ancora.

I primi curricula

Al terzo mese, essendo un tipo sveglio, l’ingegnere capisce di essere stato preso per i fondelli e comincia attivamente a cercare lavoro, inviando tre curricula miratissimi: uno alla Nasa, uno alla fondazione Nobel e uno alla “Punzonatrici Rossi & Figli”, una ditta con tre dipendenti e un fatturato annuo di 42 milioni ma con ottime caratteristiche pratico logistiche (è a venti metri da casa).

Gli annunci sul giornale

La fase successiva è quella dell’acquisto e della febbrile consultazione di “Repubblica” al giovedì e del”Corriere” al venerdì.. Se ancora si illudeva di essere una persona comune e di poter fare un lavoro normale, la lettura degli annunci economici toglie ogni residua speranza al neo ingegnere.
Si passa dalla richiesta di un…
“Seníor Customer Engineer, con esperienza di almeno 4 anni nel supporto specialistico ai grandi clienti in ambienti Mission Critical su reti di elevata complessità. E’ richiesta inoltre predisposizione alla Customer Satisfaction>>
…all’annuncio più informale, frivolo, quasi un invito in discoteca:
“Il nostro cliente è la filiale di una potente multinazionale. Sono splendide le loro macchine punzonatrici, laser e piegatrici per lavorare la lamiera. Ricerchiamo un Project Manager un po’ speciale che porterà un po’ di esperienza succhiata in società di ingegneria, impiantistica o progettazione”.
A parte l’ovvia considerazione che chiunque abbia pensato questi annunci (tutti veri) soffre di gravi turbe psichiche, si nota un’altra misteriosa peculiarità: in quelli letti dal neolaureato si cerca sempre qualcuno con almeno 2 anni di esperienza, mentre chi vuole cambiare lavoro (e chi non lo vorrebbe, dopo qualche anno passato in compagnia di “splendide macchine punzonatrici”?) non trova altro che richieste di neolaureati.

Altri curricula

La terza e ultima fase è quella della disillusione totale o “docojocojo” (dal nome di un famoso lanciatore di coltelli giapponese): l’invio di curriculum a raffica.
E un’escalation: la prima settimana sono 50, poi 100, 200, 400 e così via, al punto che il primo anno di stipendio servirà solo a coprire le spese postali.

Di rimando alle 700 lettere inviate arrivano ben quattro risposte: tre sono variazioni sul tema “La ringraziamo per l’interessamento e, volassero gli elefanti, prenderemmo in considerazione la sua proposta. Non ci scriva mai più!”.
La quarta lettera, miracolosamente, è l’invito a un colloquio.

Il colloquio

E’ uno scontro fra titani. il re della domanda subdola contro il principe della risposta ipocrita.
Da una parte si esordisce con “Come mai ha scelto proprio la Jenningsen Technology?”, dall’altra si pensa: “Perché, fra tutte le lettere mandate completamente a caso, siete gli unici fessi che mi hanno risposto” ma si risponde: “Le dirò, operare nel campo delle brocciatrici è sempre stato il mio grande sogno”.
“Ci dica un suo difetto”
“Tendo a essere troppo preciso e mi lascio prendere in maniera eccessiva dal mio lavoro”.
“Stiamo cercando una persona dalla spiccata personalità … “.
“Non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno”.
” …ma che sappia anche lavorare in team e riconoscere l’autorità dei suoi superiori”.
“Signorsì! “.
“Le piace viaggiare?”.
“Molto e credo che poter viaggiare per lavoro sia un grande privilegio”.
“Peccato, perché la sede di lavoro sarà nell’hinterland milanese”.
“Da anni che desidero avere l’occasione per approfondire la conoscenza di Rozzano. A mio modo di vedere, una piccola Parigi”.
“Visto il particolare momento, lo stipendio che le potremo offrire per un periodo iniziale, diciamo per i primi dieci anni, non sarà elevatissimo”.
“L’importante è avere l’opportunità di fare esperienza in una società come la Vostra”.
Questa è la frase magica. Massima flessibilità e minimo costo: l’ingegnere ha trovato lavoro. Fuori uno. Per il nostro premier, che sia Berlusconi o D’Alema, si tratta ora di assegnarne soltanto altri 999.999.

LAVORI TIPICI

Quando ci si sente dire “ieri ho conosciuto un tizio simpatico; fa il bancario”, non si risponde “Ah, e che lavoro fa?”, a meno che non si voglia passare per idioti. Un bancario lavora in banca. Parimenti un fotografo fotografa, un insegnante insegna e un giornalista scrive articoli sul giornale. Un medico potrà avere diverse specializzazioni, ma si occuperà pur sempre di curare le persone.
E un ingegnere? Che fa un ingegnere? Tali e diversi fra loro sono i suoi possibili impieghi che rispondere alla domanda”che lavoro fai?” con “ingegnere” è come descrivere Bruno Vespa dicendo che “appartiene alla razza umana”.
Ecco una breve guida per districarsi nei meandri della professione.

Analista di reti

Non è lo psichiatra di Ronaldo, ma uno dei mestieri più in voga nel campo dell’informatica. Uno dei pochi lavori da ingegnere ben retribuito, per inciso. L’analista passa il suo tempo a frequentare corsi di aggiornamento in cui impara a usare programmi che, una volta finito il corso, saranno già obsoleti.
Egli tiene appeso a una parete il suo primo floppy disk (uno di quelli grossi) e, nelle serate davanti al camino, rilegge con un sentimento di malincoallegria gli appunti dell’Università, con le previsioni del suo prof. di informatica riguardo alla “necessità di avere un hard disk da almeno 20 Mb”.

Analyst & production management consultant

Quello del consultant non è un lavoro. E’un job. E l’ingegnere non viene scelto perché le sue capacità si adattano ai bisogni dei mercato, bensì perché suoi skills si adattano ai needs del market, come gli viene spiegato al momento dell’assunzione da un abbronzatissimo Head of Personal & Human Resources, generalmente di nome Rudi.
Durante il primo mese, il neoassunto si mantiene sulla soglia di “produttività zero”, passando il tempo a frequentare corsi in cui Rudi lo indottrina sulla storia dell’azienda, sulla mission e la vision dei dipendenti e sul motto aziendale, di solito up or out, perform or out o simili.
In seguito la sua produttività reale resta ancorata a zero, ma quella fittizia (su cui fattura) si impenna esponenzialmente. Quello del consulente, infatti, è un lavoro inutile che consiste nel far credere a un imprenditore con trent’anni di esperienza di aver bisogno dei “consigli” di un pischello di venticinque anni.
La carriera dell’ingegnere giustamente motivato sarà fulminea: partito come Junior Assistant Consultant, dopo due anni diventerà Assistant Consultant e in altri due Senior Assistant Consultant. Poi Consultant, Senior Consultant, Consultant +, Consultant con lode, Consultant Doppio Malto. Dopo 43 anni diventerà Manager e poi Partner e finalmente qualcuno gli spiegherà che cacchio di lavoro ha fatto fino ad allora.

Il commerciale

È quello che risponde agli annunci in cui si cerca un Sales Manager. Lavora nel reparto vendite di un’azienda leader in qualcosa in un qualche punto dell’Universo. E’ giusto che, oltre a ragionieri e laureati in economia, il reparto marketing impieghi anche un ingegnere: niente di meglio di un tecnico specializzato per interfacciarsi coi clienti e avere rapporti con loro con la forza del sapere dalla propria. Purtroppo, dopo qualche anno lontano dai macchinari, l’ingegnere si deingegnerizza e il suo lavoro diventa: rispondere alla telefonata del cliente, ascoltare la sua domanda, frugare nel proprio bagaglio tecnico, non trovare niente, dire: “Attenda in linea che le passo l’ufficio tecnico”.
Col passare del tempo il commerciale migliora vieppiù le sue doti di interfacciamento fino al giorno in cui si infila una gonna e decide di farsi chiamare Cinzia, prendendo piena coscienza della sua identità di centralinista.

Il dottorando

L’imboscato, quello che ha capito che tipo di lavoro fanno gli ingegneri e vuole sfuggire a tutti i costi a quel triste destino, dandosi all’insegnamento universitario.
All’uopo si accoda a uno dei tanti baroni dotati di cattedra, diventandone l’assistente. Ciò gli vale l’assegnazione di importanti incarichi, quali portare la borsa del professore, aprirgli la porta quando passa e riverniciargli lo studio, compito riservato solo a pochi eletti. Come unica consolazione gli viene concesso di partecipare agli esami. La notte prima la passa insonne a progettare ogni possibile nefandezza, felice per la possibilità di vendicarsi di tutti quegli ingiusti 30 concessi alle sue compagne di corso dalla gonna un p� corta. Inutile dire che, da pezzo di pane qual è, tutti gli studenti cercano di essere interrogati da lui e che, alla vista della prima caviglia, è 30 e lode per tutti.

L’ingegnere

Oscura e serissima figura, circondata da un alone di mistero e di timore reverenziale, tiene nelle sue mani il potere assoluto riguardante uno dei più importanti esami della nostra vita: quello della patente.
Si tratta di un personaggio che suscita inquietanti interrogativi, che contribuiscono a rafforzare il mito dell’ingegnere in senso lato: innanzitutto, perché si chiama “Ingegnere”? C’è bisogno di una laurea per capire che se uno va contromano è meglio non dargli la patente? E se davvero ce n’è bisogno, perché proprio quella in ingegneria? Gli ingegneri guidano molto meglio degli architetti? O degli avvocati?

Ingegnere edile

Quello che, fra tutti i colleghi, ha più contatto con la realtà.
Manco troppo, comunque, visto che in cantiere all’ingegnere viene riservato lo stesso trattamento che si adotta con il nonno rompiballe che ancora si crede il capofamiglia. Egli passeggia per il cantiere, impartendo direttive ed è tutto un “Buongiorno ingegnere, certo ingegnere, sarà fatto, sissignore ingegnere”. Mezzo secondo dopo che se n’è andato ci si dimentica di lui e dei suoi ordini e si riprende a lavorare sul serio.
Il momento più alto è quando si tratta di eseguire dei calcoli vitali per il proseguimento dei lavori. Il cantiereè fermo, in trepida attesa. L’ing. consulta il manuale, gli appunti e le sue risorse mentali. Armeggia con un centinaio di strumenti ed emette il verdetto: qui ci vuole una putrella da 25,7 mm di diametro. Ed è vero. La putrella da 25,7 è perfetta per lo scopo. Anzi, lo sarebbe, se non fosse per il piccolo particolare che le putrelle da 25,7 non esistono. Ma all’ingegnere non importa, non è un problema suo se i produttori di putrelle non tengono conto delle esigenze del cantiere. Egli ha indicato la retta via, spetta agli altri trovare un modo per seguirla. Se fosse per lui, ne potrebbero anche ordinare uno stock su misura e se i costi del progetto dovessero raddoppiare, pazienza. Cos’è il denaro, di fronte alla perfezione di un pilone in cemento armato? A risolvere l’impasse, arriva l’operaio anziano che dà un’occhiata alle carte e butta li un “è vero. Però anche quelle da 26 (esistenti) vanno benone”.

Progettista di flussometri

Ovvero l’impersonificazione della tristezza.
Sede di lavoro: fabbrichetta a conduzione familiare, di proprietà del suocero, nell’estrema periferia di un qualsiasi hinterland nord italiano, lontano da tutto ma “comodo autostrada”.. Il miracolo economico italiano, insomma.
Obiettivo: progettare e garantire l’evoluzione tecnologica di un apparecchietto grosso come una moneta da cento, che andrà inserito in un raccordo in gomma per tubazioni plastiche, prodotto di punta della ditta e orgoglio del bisnonno fondatore.
Il progettista si distingue dagli altri ingegneri perché alla domanda “Che lavoro fai?”, invece di rispondere “ingegnere” e glissare con un commento sul tempo, abbraccia il suo interlocutore e scoppia in un pianto irrefrenabile.

Responsabile controllo qualità

Uno dei lavori più di moda, ultimamente. Intanto è bene chiarire che “qualità” in questo caso è un termine tecnico, che non ha niente a che vedere con “cosa fatta bene”.
La qualità di cui si parla, infatti, si riferisce al processo produttivo dell’azienda e non al prodotto finale.
Per essere un’azienda di qualità, bisogna che la linea produttiva sia organizzata in modo tale che il prodotto finito, diciamo un motore, preso in un giorno qualsiasi sia uguale identico al motore prodotto due mesi dopo. Sulla qualità del motore stesso, non dice niente nessuno.
In pratica un’azienda che produce un motore schifoso potrà definirsi di qualità se, nel tempo, produrrà motori sempre ugualmente schifosi. Se invece di tanto in tanto glie ne dovesse scappare uno buono, beh, sarebbe il segnale che c’è qualcosa che non va.
Il compito dell’Ingegnere Responsabile del Controllo Qualità è far si che ciò non accada.

Intrecciatore di perline

Sì, proprio così. Oppure il cabarettista, l’intagliatore di legno e tutti gli altri classici mestieri “da scoppiato”. Se a prima vista la cosa suscita stupore e sdegno (“II figlio di quella lì era ingegnere e adesso ammaestra elefanti in Indonesia. Dove andremo a finire!”), esaminando i lavori elencati qui sopra e provando a calarsi nei panni di chi li ha fatti per davvero si può capire come, dopo una decina di anni di “implementazione dell’awareness del prodotto”, il richiamo di una nuova vita da coltivatore di maracuja possa diventare irresistibile.

Il Nucleo Famigliare

La casa

La casa è un esempio di tecnologia applicata all’ordine e alla pulizia. Tutto è sempre lustro e funzionante; gli orologi spaccano il minuto, il rotolo di carta igienica è sempre all’inizio, le lampadine non si fulminano mai e comunque ce n’è un intero set di ricambio. La tv è sintonizzata al millimetro, la dispensa è sempre piena e le porte non hanno mai cigolato negli ultimi 20 anni.
Tutto ciò grazie all’instancabile opera del padrone di casa: la moglie dell’ingegnere (la mamma, per i non coniugati). Tanto è preciso e puntiglioso sul lavoro, infatti, altrettanto l’ingegnere è goffo nelle faccende domestiche.
Non è che l’ingegnere sia il tipico marito che se ne sta in panciolle a guardare la moglie che lavora, tutt’altro: tra i due è il più attivo nelle faccende domestiche. Il problema è una drammatica mancanza del senso della priorità. C’è il rubinetto che perde? Certo, è un fastidio, ma prima c’è da finire di montare l’impianto di innaffiamento automatico in giardino. L’orologio a pendolo è fermo da un mese? E’ un guaio, sì, ma che verrà definitivamente risolto il giorno in cui terminerà il progetto di collegamento via satellite tra la tv del salotto e una telecamera appositamente puntata sul Big Ben.
Chi crede che vivere con un genio della tecnica sia comunque un vantaggio, sappia che nella casa dell’ingegnere gli oggetti si dividono in due classi: oggetti che hanno bisogno di essere riparati e oggetti che funzionano benissimo ma che, “con una piccola modifica”, potrebbero funzionare ancor meglio. Inutile dire che questi oggetti, dopo la miglioria, rientreranno nella prima classe.
L’ingegnere che sfrutta le sue nozioni per un lavoro utile è un fenomeno della natura raro e spettacolare come un’aurora boreale e, per giunta, sospetto. La moglie che, tornando a casa, vedrà il marito intento ad aggiustare la caldaia (nonostante il marchingegno per aprire le persiane stando a letto sia ancora da finire) non esulterà di gioia, ma lo affronterà chiedendogli: “Su, confessa! Cos’hai da farti perdonare?”.

La moglie

Parafrasando un noto proverbio, per lei vale il detto “Hai voluto la bicicletta? E adesso non pedali, perché sono sei mesi che tuo marito sta studiando una modifica che ti permetta dì gonfiare le gomme suonando il campanello”.
Per quanto l’aver sposato un ingegnere denoti una forte vena masochista, non si può non compatire la poveretta quando, chiedendo al marito “Hai visto dov’è l’accendigas?”, si sente rispondere: intendi forse l’attuatore piezoelettrico?”. Un adorabile momento di rivincita lo ottiene in quei casi (tutt’altro che rari) in cui anche l’onniscienza del marito nulla può: quando si guasta la macchina, lei si rilassa sul sedile, assiste ai suoi tentativi infruttuosi e, chiamando il carro attrezzi, con malcelata soddisfazione lo liquida con “meno male che ho sposato un ingegnere”.
Nonostante tutto, l’imbranataggine del marito nelle faccende di tutti i giorni accende in lei i più alti istinti materni ed è in effetti con abnegazione ed entusiasmo mammesco che cura i rapporti del marito con il mondo esterno.
E’ lei che, instancabilmente, cerca di spiegargli che non c’è niente di male nell’andare in cantiere con due calzini uguali tra loro e che se anche, addirittura, richiamassero la camicia, il cavalcavia verrebbe bene lo stesso.
E’ lei che in vacanza riesce a fingere entusiasmo quando le si propone: “Cara, che ne dici di fare quella deviazioncina di cui ti parlavo? Sai, c’è la più grande centrale idroelettrica del Sudest asiatico, sarebbe un peccato essere a soli 400 km e perdersela … “.
E lei che, con indomito coraggio, sale senza batter ciglio sull’ultimo aereo progettato dal marito, nonostante i casini combinati l’ultima volta che ha provato a installare l’antenna parabolica.
Ed è con vero orgoglio da mamma che, interrogata a proposito del mestiere del marito, risponderà sempre e comunque “è ingegnere”, che faccia il ricercatore in un istituto di fisica nucleare o venda protesi acustiche porta a porta.

I figli

Due. Sempre. Sarà per la consapevolezza di essere una persona fuori dal comune, per la pressione derivante dalle aspettative della società o per chissà quale altro motivo psicologico, fatto è che l’ingegnere ha una forte pulsione verso la normalità. Appena può, indirizza pensieri e azioni alla ricerca di una conformità alla massa che lo faccia sentire uno dei tanti. Il suo ideale è essere abbastanza alto, ma non tanto da spuntare tra la folla, avere un po’ di pancetta senza essere grasso, vivere in una casa comoda che non sia né una reggia né un tugurio, e così via. Questa disperata ricerca della “media” si accompagna, per deformazione professionale, all’accurata pianificazione del proprio percorso esistenziale.
E, venendo al punto, l’ingegnere pianifica proprio tutto, anche il numero di figli. Due giorni dopo le nozze, mentre la moglie sfoglia i cataloghi premaman, chiedendosi quanti e quali figli le riserverà la sorte, l’ingegnere si fa recapitare a casa l’ultimo “rapporto nascite” dell’Istat, squarcia il pacco, apre il tomo e, terrore, sgomento e disperazione, legge che la famiglia italiana ha, in media, 1,73 figli. Che fare?
Dopo un primo attimo di sconforto, in cui impreca contro il destino porco che gli impedisce di essere in media, prende la calcolatrice e scopre che, se dovesse fare due figli, la media italiana salirebbe a 1,73000001666. “Vada per due”, dice allora alla consorte, simulando serenità. Ma la verità è che non riuscirà maiad amare davvero quello 0,27 in più del secondo figlio, corrispondente all’incirca al pezzo di gamba tra piede e ginocchio. “Papà, mi sono rotto la tibia” dice il secondogenito, telefonando dal campo di pallone. ” Ben ti sta, così impari a rovinare la media”, pensa il papà, mentre accorre per portarlo all’ospedale.
L’incrollabile certezza che l’ingegnere debba sempre e comunque avere due figli può portare anche a interessanti considerazioni pratiche:
- Stai per sposare un ingegnere? Scegli una casa adatta a una famiglia di quattro persone.
- Sei figlio unico di un ingegnere? C’è una sorellina in arrivo, anche se hai 37 anni.
- Sei il terzo figlio di una famiglia con papà ingegnere? Adesso sai perché i tuoi genitori e i due fratelli sono scuri di capelli, mentre tu sei biondo.
Stabilito il numero dì figli, veniamo adesso alle loro qualità:
- Uno dei due è bravo, bello e gentile, risponde educatamente, lascia il posto alle vecchiette ed è il chiaro erede delle facoltà intellettuali paterne: a 3 anni risolve le equazioni di terzo grado, a 12 anni va ad “anticipazioni” di matematica, a 24 anni si laurea perfettamente in corso e comincia un’onesta carriera professionale. Du’ palle, insomma.
- L:altro fa il chitarrista punk. Figlio ribelle per eccellenza, cerca in ogni modo di contraddire e mettere in imbarazzo i genitori. Se il papà fa il progettista alla Coca Cola, ogni qualvolta ci sono ospiti in casa entra in salotto sorseggiando una Pepsi, sostenendo che “i rutti vengono molto meglio” e fornendone le prove a un’audience allibita. Terminato l’istituto tecnico non va all’Università o, peggio ancora, ci va e si iscrive a Scienze Politiche. Dopo 10 anni di dorato esilio a Bora Bora, decide di tornare a casa e rinnegare il passato, in sospetta coincidenza con il mancato arrivo del vaglia internazionale mensile di papà.
Per dare un senso pratico a tutta questa teoria, citiamo due famosi figli di ingegneri:
- Brian May, chitarrista dei Queen. Figlio di un ingegnere elettronico, cominciò la sua carriera suonando una chitarra elettrica costruita con l’aiuto del padre ma, prima di lanciarsi definitivamente nel mondo della musica, trovò il tempo dì laurearsi in Astronomia all’Imperial College di Londra.
- James Cameron, regista di Titanic, figlio di un ingegnere navale. Un lampante esempio di persona che ha un cattivo rapporto col mestiere del padre.

Niente sesso siamo ing….egneri

Da giovane l’ingegnerino ha le idee ben chiare riguardo ai rapporti che vorrebbe avere con le donne: molti e completi. Dalla teoria alla pratica ce ne passa, però, e spesso non va più in là del rapporto orale, nel senso che con una ragazza, al massimo, riesce a farci due chiacchiere.
L’approccio del giovane ingegnere all’altro sesso è reso difficile da due fattori interagenti: la fama di personaggio noiosetto e la diffusione della prosperità nel nostro paese.
Per capire gli effetti del primo fattore, basta immaginarsi il giovanotto che, dopo mesi di preparativi e dopo aver frequentato un corso di training autogeno, decide finalmente di buttarsi: incredibile a dirsi, lei non scappa. Cominciano a parlare, qualche minuto di schermaglie, un po’ di frasi più o meno convenzionali e poi, inevitabile, la mazzata.
“E che fai di bello?”.
“Studio”.
“Cosa?”.
“Ingegneria”.
Qui scatta il vero dramma dell’ingegnere. Qualunque studente di qualsiasi altra facoltà, alla successiva domanda “E che esame stai preparando?” potrà usare le sue esperienze personali come ruota da pavone. “I poeti romantici” risponderà il letterato, “Restauro di opere d’arte” dirà l’architetto; persino un aspirante medico potrà buttare lì “Anatomia. Faccio una tesina sui problemi del cuore … “.
Ma l’ingegnere? Come si può anche solo lontanamente sperare di affascinare una donna esponendo le proprie conoscenze in tema di brocciatrici, ghise o travature iperstatiche? Per riuscire a fare dell’autoironia su un agosto passato a progettare un cuscinetto volvente a rulli conici, ci vogliono un self control e una sicurezza di sé che nessun ventenne in piena tempesta ormonale (negli ingegneri, distratti dagli studi, arriva con un po’ di ritardo) potrà mai avere.
L’effetto negativo del benessere diffuso è più sottile: l’ingegnere è, storicamente, un buon partito. Cinquant’anni fa la cosa poteva essere utile, almeno al fine di prender moglie. Ora che tutti stanno più o meno bene il suo effetto residuo è quello di farlo piacere alle mamme, la qual cosa è garanzia automatica del non piacere alle figlie.
Per fortuna, come dice Woody Allen, il sesso è un’attività praticabile anche senza la partecipazione di altre forme di vita. Non ci si deve stupire allora che all’ingegnere, in media, manchino quattro diottrie.
Il tempo vola e tanto più per l’ingegnere, pressato dalla consapevolezza che, una volta inserito in un ambiente lavorativo per soli uomini, sarà ben difficile conoscere la potenziate consorte. Ma l’ingegnere è un tipo tenace e, se non riesce a trovare una compagna con i metodi tradizionali, si rivolge agli annunci sui giornali, di cui riportiamo qui sotto un esempio (vero):
Ingegnere 48enne, ottima presenza. Sono un uomo estroverso e pieno di interessi. Mi piace leggere, ballare e fare lunghe passeggiate insieme ad una donna dolce e simpatica magari di fronte ad un tramonto romantico. A parte gli scherzi, sono una persona libera sentimentalmente e vorrei per questo concludere il mio stato di libertà incontrando una donna che possa rendermi felice”.
Da notare la frase “sono un uomo estroverso e pieno di interessi” seguita da “a parte gli scherzi”: con tutti i suoi difetti, l’ingegnere è un uomo integerrimo e non riesce a barare neppure in amore.
In un modo o nell’altro, comunque, l’ingegnere riuscirà a trovare moglie (o marito) e fare un paio di bimbi con cui condurre una serena vita familiare.
A proposito di questa “serena vita familiare”, giova ricordare che Landru (il francese che uccise dieci donne alle quali aveva promesso il matrimonio) era c’è bisogno di dirlo? un ingegnere.

Barzellette per Ingegneri:

31 marzo, 2010 (00:23) | Articoli | By: makutolandia


Cosa fanno due atomi quanto si scontrano? Plank!


Cosa dice un vettore ad un altro?
Scusa, hai un momento?


Cos’è un bimbo complessato?
Un bimbo di madre reale e padre immaginario!


Al cinema c’è un film con 3 vettori linearmente indipendenti.
Come si chiama il film?
“Rango 3″


Al cinema fanno un film con 2 sistemi lineari incompatibili.
Come s’intitola il film?
“Kramer contro Kramer”


Gesù ai discepoli: “In verità, in verità vi dico: y=x^2-4x+7″.
I discepoli commentano un po’ fra di loro, poi Pietro si avvicina mestamente a Gesù, dicendogli:
“Maestro, perdonaci, ma non comprendiamo il tuo insegnamento…”
E Gesù, arrabbiato: “Sciocchi, è una parabola!”


Ad una festa matematica si incontrano diverse espressioni come X^2, 3sinX, 4Sqr(x^-2) e molte altre…
Ad un certo punto X^2 vede in un angolino, mogio mogio, il Ln(5XsinX^2/2)/7cos(tg(Ln(x^-(1/2))), e gli chiede:
“Perche’ te ne stai li tutto solo e triste”.
Lui gli risponde: “Sai, io non mi INTEGRO facilmente…!”


“Ma tutto ciò è immaginario” disse il radicale puntando l’indice accusatore su menouno.


Alla festa dei simboli matematici non manca proprio nessuno.
Sommatoria e parentesi graffa ballano scatenate al centro della pista, maggiore uguale è ubriaco perso, la radice quadrata si è imboscata con un differenziale e così via.
Solamente “exp(x)” se ne sta sola in un angolo; al che punto e virgola si avvicina e le fa: “Perchè non ti integri?”.
exp(x) risponde: “Tanto è lo stesso!”


Due atomi si incontrano per strada. Il primo:
“Come va? Tutto bene?”
L’altro, mesto: “Uh.. no.. ho subito una perdita… un mio elettrone…”
“Ma ne sei certo?”
“Eh, si… sono risultato positivo…”


La radice di due era molto preoccupata: ormai erano passati trenta decimali senza che le venisse il periodo.
Temeva di essere incinta, anche se cio’ le sembrava irrazionale.


“Dio esiste ed è derivabile”
(Letta sul muro di un’aula)


Definizione del Vero Programmatore

30 marzo, 2010 (14:31) | Articoli | By: makutolandia

Il sistema più rapido e sicuro per distinguere un Vero Programmatore dal resto del mondo è considerare il linguaggio che usa: il Vero Programmatore programmava in FORTRAN, mentre ora programma in C.

I mangiatori di Quiche programmano in Pascal. Da questo si deduce che sicuramente Niklaus Wirth era un mangiatore di Quiche e NON un Vero Programmatore.

Ad un Vero Programmatore non servono tutte le strutture ed i meccanismi del pascal, un Vero Programmatore può essere felice con un perforatore di schede o un terminale a 1200 baud, un C a standard K&R (ANSI… a che serve, il K&R è fin troppo chiaro), ed una birra.

A proposito, Kerningan e Ritchie sicuramente erano dei Veri Uomini. probabilmente anche dei Veri Programmatori.

- Il Vero Programmatore processa liste in C
- Il Vero Programmatore processa numeri in C
- Il Vero Programmatore manipola stringhe in C
- Il Vero Programmatore elabora programmi di I.A. in C
- Il Vero Programmatore fa contabilità in C
- Il Vero Programmatore crea simulatori di reti neuronali in C
- Il Vero Programmatore starnutisce in C
- Il Vero Programmatore fa TUTTO in C

Se per caso il C non fosse sufficiente il Vero Programmatore lavorerà in assembler, se neppure questo fosse sufficiente allora il lavoro non è fattibile, ma la cosa è impossibile, un Vero Programmatore in C ed assembler può fare TUTTO, per definizione.

2) Programmazione Strutturata

Gli accademici negli ultimi anni hanno stabilito, dall’alto delle loro cattedre, che un programma è più facilmente leggibile se il programmatore utilizza particolari tecniche, strutture e costrutti.

Ovviamente essi non sono d’accordo su quali questi costrutti e queste tecniche precisamente siano, e perciò le loro teorie sono discordanti ed erratiche. In questo modo solo alcuni mangia-Quiche si lasciano convincere dai loro assiomi.

Un tipico lavoro del mondo reale (e non un lavoro teorico da università) è di prendere un sorgente di 100.000 o 200.000 linee e farlo andare il doppio più veloce. In questo caso qualunque Vero Programmatore vi potrà dire che la programmazione strutturata non serve a nulla, quello che in realtà serve è del talento.

Alcune rapide considerazioni del Vero Programmatore sulla programmazione strutturata:
- Il Vero Programmatore non ha paura di usare GOTO
- Il Vero Programmatore può scrivere un ciclo DO lungo 5 pagine senza fare confusione.
- Il Vero Programmatore usa i costrutti CASE basati su calcoli aritmetici, essi rendono un programma più divertente.
- Il Vero Programmatore scrive del codice automodificante, soprattutto se questo può salvare 20 nanosecondi all’interno di un ciclo.
- Il Vero Programmatore utilizza l’area di memoria di un codice già eseguito e che non servirà più come area di memoria per i dati, ottimizzando in questo modo lo spazio a disposizione.
- Il Vero Programmatore non ha bisogno di commenti, il codice è già autoesplicante a sufficienza.

Dopo aver parlato di programmazione strutturata si è anche parlato molto di strutture di dati. Tipi di dati astratti, stringhe, liste e chi più ne ha più ne metta.
Wirth (il mangiatore di Quiche menzionato poco sopra) ha scritto un intero libro tentando di dimostrare che si può scrivere un intero programma basandosi solo sulle strutture di dati.

Come ogni Vero Programmatore sa invece l’unica struttura che serve VERAMENTE è l’array, dato che tutti gli altri tipi di dato altro non sono che sottoinsieme limitati di questi. e dato che sono limitati egli usa solo puntatori, soprattutto se questi rendono possibile bombare irrimediabilmente il computer, altrimenti dove starebbe il divertimento?

3) Sistemi Operativi

Che S.O. usa un Vero Programmatore?

UNIX? NO!, Unix è qualcosa di simile a quello che si aspetta un vero Hacker, dato che qualunque Vero Programmatore non trova alcun divertimento nel tentare di indovinare come cavolo il comando PRINT viene chiamato questa settimana. La gente non fa lavori seri su Unix, lo usano soprattutto per fare adventure, modificare Rogue e mandarsi il tutto via UUCP.

MS-DOS? Già meglio, critico quel tanto che basta, facile da modificare, se ce ne fosse necessità, facile da bombare, con tante cose sconosciute e strane.

Una cosa sicuramente possiamo dire:

- Il Vero Programmatore non usa il mouse e le icone, infatti il Vero Programmatore non capisce perché mai per compilare un programma uno debba staccare le mani dalla tastiera e cliccare su un menu quando è tanto semplice battere:
CL pippo.c -k -iC:\gnu\c\all -q -w -e -r +t -y +cvb +f -g +g +p =l /f /a /s

Comunque il Vero Programmatore ha una sola nostalgia: il sistema IBM OS/370. Questo era infatti il SO che qualunque Vero Programmatore vorrebbe vedere implementato su TUTTI i computer del mondo.

Un Vero Programmatore sa che se vede comparire l’errore IJK3051 basta andare a vedere nel manuale del JCL per capire cosa è successo.

Un Grande Programmatore poi saprà i codici a memoria, mentre un Grandissimo Programmatore potrà trovare l’errore osservando 6 mega di dump senza neppure usare un calcolatore esadecimale…

L’OS/370 è VERAMENTE un SO potente, infatti è possibile distruggere giorni e giorni di lavoro con la semplice pressione di un tasto. Questo incoraggia l’attenzione sul lavoro e forma una mentalità che servirà in futuro, quando per distruggere giorni di lavoro saranno sufficienti tre tasti…

4) Tools di Programmazione

Di quali tools di programmazione necessita realmente un Vero Programmatore?
In effetti, come detto prima sono sufficienti un terminale a 1200 baud o un lettore di schede perforate, ma anche una semplice tastiera esadecimale sarebbe già più che sufficiente.
Ma purtroppo adesso i computer non hanno più tastiere esadecimali, come pure non hanno più quei magnifici pannelli frontali pieni di lucine e tastini che facevano tanto futuro.
I primi veri programmatori sapevano a memoria l’intero settore di boot dell’hard disk, e lo potevano riscrivere a memoria ogni qualvolta che il loro programma lo rovinava.
La leggenda narra che Seymore Cray (creatore del Cray I) scrisse il SO del primo CDC7600 usando il pannello frontale del computer la prima volta che questo venne acceso.
Senza bisogno di dirlo Seymore era un Vero Programmatore.
Uno dei migliori Veri Programmatori che abbia mai conosciuto è un sistemista della Texas Instrument.
Una volta rispose alla telefonata di un cliente a cui si era bombato il sistema durante il salvataggio del lavoro.
Il Vero Programmatore rimise a posto tutto facendo scrivere le istruzioni per terminare il lavoro di I/O sul pannello frontale (allora c’erano ancora), riscrivendo i dati rovinati in esadecimale e facendosi dire i risultati per telefono.
La morale della storia è che se un tastierino ed una stampante possono far comodo un Vero Programmatore può arrangiarsi anche con solo un telefono.
Un altro tool fondamentale è un buon text editor. Molti dicono che il migliore sia quello della Xerox di Palo Alto, ma, come già detto, il Vero Programmatore non parla al suo computer attraverso un mouse.
Altri preferiscono EMACS o VI, ma in effetti il concetto di WYSYWYG (quello che vedi è quello che ottieni) si applica ai computer malissimo, così come si applica alle donne.
Quello che un vero programmatore vuole è in effetti qualcosa di più complesso, che implementi la filosofia del “You asked for it, you got it !!!” (YAFIYGI, avrai solo quello che chiedi).
Insomma, l’editor perfetto è il TECO.
Alcuni hanno osservato che una linea di comandi per TECO assomiglia molto di più al rumore sulle linee telefoniche che ad una linea di comandi, ed in effetti uno dei giochi più divertenti da fare è quello di scrivere il proprio nome sulla linea di comando e vedere cosa succede.
Inoltre ogni piccolo errore avrà come risultato quello di distruggere il vostro programma, o, peggio, di introdurre subdoli errori che saranno in seguito difficilmente rintracciabili.
Per questa ragione un Vero Programmatore è molto riluttante ad editare un programma funzionante per dargli gli ultimi ritocchi.
E sempre per questa ragione un Vero Programmatore trova più semplice fare le modifiche finali utilizzando un programma come lo Zap.
Alcuni Veri Programmatori utilizzano lo Zap stesso come editor, altri scrivono il programma direttamente in codice eseguibile, ma è forse esagerato.
Procedendo su questa linea il risultato è che tra il codice sorgente e quello che in effetti c’è scritto su disco c’è una discrepanza sempre maggiore, con il risultato che il lavoro è sempre più sicuro, perché solo un Vero Programmatore potrà lavorarci sopra in modo proficuo, nessun mangiatore di Quiche potrà fare manutenzione, minimizzando così i rischi di malfunzionamenti ulteriori del programma.
Questa è SICUREZZA.
Altri tool importanti sono le documentazioni su cui il vero programmatore basa gran parte del suo lavoro:
- Il Vero Programmatore non legge mai i manuali introduttivi, bastano ed avanzano i Reference Manual.
- Il Vero Programmatore ha imparato il C sul K&R, qualunque altro testo è inutile e deviante.
- Il Vero Programmatore se possibile legge i manuali in lingua originale, anche se questo a volte pone dei problemi di reperibilità.
- Il Vero Programmatore non colleziona libri di raccolte di algoritmi.
Questo perchè è più lento cercare l’algoritmo in 3000 pagine di manuale che scriverlo di getto.
- Il Vero Programmatore non ha bisogno di manuali sull’assembler, sono sufficienti i data sheet dei microprocessori.
- Il Vero Programmatore non scrive MAI i manuali dei programmi che fa, non ne ha il tempo materiale.
Il Vero Programmatore generalmente ha da qualche parte la documentazione completa del SO su cui lavora, pubblicata dalla casa che ha fatto il SO, ma sa che SICURAMENTE nelle 3500 pagine che in media compongono la documentazione non troverà quello che cerca.
Se nelle vicinanze del terminale sono presenti più di 5 manuali ci sono delle forti probabilità che NON sia un Vero Programmatore.
Alcuni Tool NON usati da un Vero Programmatore:
- Preprocessori di linguaggio.
- Traduttori di linguaggio.
- Full Screen Debugger a livello sorgente. Il Vero Programmatore è in grado di capire quello che dice il Debug.
- Compilatori ottimizzanti. L’ottimizzazione del programma scritto dal Vero Programmatore è già il massimo, e perciò altre modifiche non farebbero altro che peggiorare la situazione.

5) Il lavoro del Vero Programmatore

In generale il Vero Programmatore non fa lavori semplici come gestione di indirizzari o programmi gestionali, ecco alcuni dei lavori più adatti ai veri programmatori:

- Il Vero Programmatore scrive programmi per la simulazione di una guerra termonucleare per l’esercito.
- Il Vero Programmatore lavora per lo spionaggio, per decrittare le trasmissioni in cifra del nemico.
- è in gran parte dovuto al lavoro dei Veri Programmatori se gli americani sono arrivati sulla Luna.
- Il Vero Programmatore programma i sistemi guida di satelliti e missili.
- In ogni caso il Vero Programmatore lavora su progetti molto importanti o molto ben pagati. - Il Vero Programmatore non lavora quindi mai per Assicurazioni, Istituti Bancari, Anagrafi e aziende simili , se lo dovesse fare a causa di motivi contingenti, ritiene di essere indispensabile, ed elabora elenchi di bollette, polizze assicurative o estratti conto, comportandosi come se dovesse far partire la missione Apollo.

6) Il Gioco

In generale il Vero Programmatore gioca nello stesso modo in cui lavora: con i computer.

In generale lo stesso lavoro è un gioco, ed alla fine del mese il Vero Programmatore è sempre abbastanza stupito di ricevere un compenso per quello che, a tutti gli effetti, è per lui un divertimento, anche se non lo dirà mai a voce alta (guai a chi di voi lo dirà al mio capo!).

Occasionalmente il Vero Programmatore uscirà dall’ufficio per prendere una boccata d’aria e farsi una birra, ecco alcuni sistemi per riconoscere un Vero Programmatore fuori dal suo posto di lavoro:

- Ad un party i Veri Programmatori sono quelli che stanno in angolo parlando di Sistemi Operativi, mentre di fianco a loro passano ragazze che si fermano, ascoltano per alcuni secondi e poi, dato che non capiscono una parola, se ne vanno.
A volte un Vero Programmatore incontra una Vera Programmatrice.
Vi risparmio per decenza il racconto di come si svolgono i fatti.

- Ad una partita di football il Vero Programmatore è quello che controlla gli schemi delle squadre basandosi su quelli disegnati dal suo programma su di un foglio 11×14.

- Sulla spiaggia il Vero Programmatore è quello che disegna flow chart sulla sabbia.

- Durante un black out un Vero Programmatore generalmente sviene in quanto vengono a mancare i vitali afflussi di energia che gli permettono di vivere.

7)Habitat del Vero Programmatore

Dal momento che un vero programmatore è, per l’azienda che lo usa, generalmente molto costoso, vediamo come fare per farlo rendere al meglio sul posto di lavoro.

Il Vero Programmatore vive davanti ad uno o più monitor, attorno, sopra, dietro e sotto questi terminali si trovano generalmente le seguenti cose:

- I listati di TUTTI i programmi a cui il Vero Programmatore ha mai lavorato, accatastati, in ordine più o meno cronologico, su ogni superficie piatta disponibile intorno.
- Sei o più tazze di caffè, quasi sempre fredde, ed alcune con alcuni mozziconi di sigaretta galleggianti.
- Attaccato al muro c’è un ritratto di Spock con in mano l’astronave Enterprise stampato con una vecchia stampante a margherita.
- Sparsi per terra ci sono pacchetti vuoti di noccioline e vaccate simili.

In generale un Vero Programmatore può lavorare anche 30 o 40 ore di fila, anzi, di solito lavora molto meglio sotto pressione.

Fino a qualche tempo fa si concedeva dei pisolini mentre il computer compilava il programma, ma purtroppo il diffondersi di computer e periferiche veloci ha reso questa pratica difficile.

In generale un Vero Programmatore se ha 5 settimane per terminare un programma passa le prime 4 cincischiando con aspetti secondari, ma interessanti, del progetto, mentre il grosso del lavoro viene fatto in una settimana di lavoro ininterrotto.

Non chiedete mai ad un Vero Programmatore quanto tempo ci voglia per terminare un programma, e se il cliente o il principale intendono ridurre il tempo a disposizione, il Vero Programmatore si preoccuperà del suo programma, pensando ad esso come ad un bambino nato prematuro da sistemare in una culla incubatrice.

Questo provoca sempre grosse preoccupazioni al principale, che teme sempre che il lavoro non sia mai pronto in tempo, ed offre al Vero Programmatore una buona scusa per non scrivere la documentazione.

8)Varie ed Eventuali

- Il Vero Programmatore a volte può scordare il nome della moglie, dei figli o della ragazza, ma sa a memoria il codice ASCII.
- Il Vero Programmatore malgrado spenda tutto per tenere in funzione il suo vecchio computer Z80, e abbia a che fare con il fisco solo per la dichiarazione annuale delle tasse, è in grado di elencare a memoria il proprio codice fiscale, anzi se è effettivamente un vero programmatore non lo conosce a memoria ma lo ottiene tramite complicati calcoli a mente.
- Il Vero Programmatore non si cura della tastiera, le sue dita si adattano automaticamente a qualunque layout.
- Il Vero Programmatore sa che anche avendo 128 mega di RAM questa non sarà mai abbastanza, e perciò tenta di fare programmi piccoli.
- Il Vero Programmatore tiene sempre i backup da quando ha dovuto riscrivere 327000 linee di assembler 68020.
- Il Vero Programmatore scrive programmi di pubblico dominio, anche se di solito sono programmi talmente specialistici che serviranno solo ad altre tre persone al mondo oltre a lui.

9)Altri Corollari

- Il Vero Programmatore si trovava a suo agio con il Fortran in quanto consentiva la programmazione a spaghetti senza limitazioni.
- Va comunque detto che il Vero Programmatore è in grado di scrivere programmi a spaghetti in qualsiasi linguaggio.
In questo senso, il C va a pennello per la sua capacità di scrivere programmi Write-only che nessuno, a parte un altro Vero Programmatore, sarà mai in grado di decodificare.
- Il Vero Programmatore non mette mai commenti perché a suo parere il codice è autodocumentante.
Questo vale anche per i dump esadecimali di codice assembly.
- Nel tempo libero, il Vero Programmatore va abbastanza spesso in discoteca, ma si limita ad osservare il gioco di luci.
Ultimamente, viene stranamente attratto dal terminale del controllore laser.
- Ai funerali di un collega, il Vero Programmatore commenta: “Peccato.. la sua routine di sort O(logN) stava quasi per funzionare”
- Le Vere Programmatrici esistono in ragione di 1 per ogni 512 Veri Programmatori, come tale la probabilità di incontrarne una è estremamente bassa.
- Il Vero Programmatore ha scarsa considerazione degli utenti, ritenuti ad un livello troppo basso.
La probabilità di trovare un utente competente è stimata inferiore a quella di trovare una Vera Programmatrice.
- Il Vero Programmatore conta esclusivamente in base due. (nota per non veri programmatori: si tratta del codice binario)

10)Errata Corrige

- QUALE hard disk? mangianastri e ferriti!
- QUALI nastri? cassetti di schede perforate! Solo i ricchi avevano i nastri!
- QUALI tastiere e display esadecimali? File di interruttori e LED in binario.
- ll Vero Programmatore non usa commenti: se è stato difficile da scrivere, deve essere difficile da leggere.
Ma se è un VERO PROGRAMMATORE lo legge ugualmente con facilità.
- Il Vero Programmatore usa il C, e QUINDI usa anche Unix e i Preprocessori. Unix, almeno nelle prime versioni, è il vero sistema operativo contemporaneo, l’unico che consente ancora di azzerare un intero file system con un comando di sette lettere blank compresi: rm -r /
- OS/370 era seriamente migliore, ma non bastava battere un tasto per perdere tutto, era sufficiente sbagliare la posizione di un blank.

11)Conclusioni

- Il Vero Programmatore edita direttamente il file Postscript di un documento, se deve modificarlo.
- il Vero Programmatore conosce sempre almeno 16 cifre di pi greco, di cui conosce anche la rappresentazione IEEE in esadecimale, e (se anche fisico) tutte le cifre di c (è definito con 9 cifre), in modo da non aver bisogno di noiosi include files.
- Il Vero Programmatore e la programmazione ad oggetti: se costretto a simili pratiche, il Vero Programmatore PRIMA scrive il programma, e POI, quando funziona, ne fa un’analisi ad oggetti.
Per nessuna ragione comunque modificherà il codice già scritto per conformarlo all’analisi.
Comunque inserirà nel programma un numero sufficente di variabili globali usate da TUTTE le classi, in modo da renderne impossibile la manutenzione da un mangiatore di Quiche (vedi praragrafo sulla sicurezza dei programmi).
Il Vero Programmatore chiama le variabili con nomi autoespicativi di massimo 5 lettere (es. CVfrZ). Solo mangiatori di Quiche usano nomi del tipo “Massimo_Numero_Di_Dipendenti” per una variabile.
Se un Vero Programmatore usa un nome simile, probabilmente la variabile indica la velocità terminale di uno ione in una nube molecolare (il codice è stato riciclato efficentemente da un programma di contabilità).

Nel caso in cui una persona con il DNA da Vero Programmatore lavori in COBOL, e per di più sia obbligato a fare programmi gestionali, magari in una compagnia di assicurazione, anche continuando ad evitare di scrivere commenti e documentazione, sarà perennemente depresso, la sua vita sociale ne risentirà (il Vero Programmatore non ha vita sociale, quello che considera socializzare è scrivere istruzioni in codice macchina) e se qualcuno gli chiede quale sia il suo lavoro risponderà semplicemente che è un impiegato.

Un Vero Programmatore lontano dal linguaggio C o Assembly, è come in cattività ed è destinato all’estinzione, in altre parole dategli almeno un compilatore C altrimenti muore.

Il Guerriero

30 gennaio, 2010 (00:33) | Racconti | By: makutolandia

Afferra la tua lancia e il tuo scudo, guerriero,

indossa il purpureo mantello

che mai le gelate punte tessale passarono,

copri il capo col lucente elmo

che le nuvole e le stelle tutte riflette tondeggianti.

Alzati, stendi le tue membra

alla luce del giorno nuovo,

lascia che i caldi abbracci del Sole cingano

il tuo possente corpo scultoreo.

Respira l’aria, l’aria mastica,

che i tuo gloriosi avi bevvero cupidamente,

bramosi della nuova luce.

Tu, guerriero, sei stato sconfitto,

avrai il coraggio di rialzati?

Avrai la forza?

Le tue gambe ti sosterranno ancora?

Il tuo cuore ti darà fiducia?

La tua mente ti sarà fedele alleata?

Il sole continuerà ad illuminare il tuo volto?

Guarda le infinite stelle,

interroga il cielo,

il sole, la luna,

il fruscio delle foglie verdi dell’estate…

Cerca di capire cosa ti lasciarono in eredità,

non farti abbattere dagli eventi.

E’ vero, tanti altri valorosi guerrieri sono caduti prima di te,

tu li guardasti con disprezzo quando giacevano

freddi

nella fossa.

Ora un veloce brivido percorre le tue membra,

vedi chiaramente le loro mani

che ti cercano

che ti afferrano

che ti portano nell’eterna ombra.

Stringi forte la tua lancia, percepiscine il calore trasmesso.

Non stancarti mai di ammirare

la pura

eterna

luce.

Solo così  beatamente potrai accedere

entro il cratere ove gorgoglia il tempo.

Ignori di ignorare?

22 gennaio, 2010 (10:47) | Articoli | By: makutolandia

É il mattino del punto-di-domanda-21primo giorno dell’anno, mi sto dondolando sullo schienale della sedia di camera mia con una matita in mezzo ai denti, nel vano tentativo di scegliere la materia con la quale ini-ziare i compiti delle vacanze. Mia madre entra in camera e posa sulla scrivania il regalo di natale di mia nonna (un po’ in ritardo penserete voi, ma del resto lei abita lontano e ogni anno i suoi regali arrivano con qualche giorno di ritardo). Incuriosito lo scarto subito e dalla carta spunta un libro dal titolo abbastanza strano: “Il libro dell’ignoranza”, di John Lloyd & John Mitchinson. Sorrido, mia nonna sa che mi piace leggere, ma ho l’idea che mi abbia voluto fare un bello scherzo.

Sotto al titolo gli autori istigano il lettore: “Il libro-gioco che svela le vostre false conoscenze”. “Figurati” -penso fra me e me- “ mi immagino che tipo di notizie può dare…”. Apro il libro a caso, tanto non ha dei capitoli da seguire in modo preciso, leggo una domanda che mi salta subito all’occhio: “Qual era il gesto con cui gli imperatori romani ordinavano la morte di un gladiatore?” “Ecco qui la prova dei miei dubbi, che libro stupido…come potrei non sapere che…”. Mi fermo improvvisamente, i miei pensieri si gelano, tre parole lapidarie seguono la risposta: “Pollice in su”. Chiudo il libro, il colpevole della mia figuraccia con me stesso, ma poi lo riprendo spinto dalla troppa curiosità e continuo a leggere: “Se si desiderava la morte di qualcuno, si alzava il pollice, come una spada sguainata. Se invece si voleva risparmiare la vita di uno sconfitto, il pollice veniva infilato nel pugno chiuso, come un’arma rimessa nel fodero. L’espressione latina è pollice compresso favor indicabatur, <<la benevolenza si indica con il pollice in dentro>>”. Ora nella mia immaginazione compare il libro che sogghigna compiaciuto davanti a me che cerco di raffigurarmi un Nerone che dall’alto della tribuna stringeva il pollice nel palmo della mano. “No, ma come può essere?”continuo osticamente a pensare.

Proseguendo nella lettura vengo a sapere che una delle mie più profonde convinzioni è sbagliata a causa del pittore Jean-Leòn Gerome che interpretando male l’ espressione latina sopracitata dipinse un quadro in cui l’imperatore romano sentenziava la morte del gladiatore con il pollice rivolto verso il basso. “Va bene caro libro, sei riuscito a scogliermi in fallo, ma è stato solo una caso che…” non faccio in tempo a fini-re la frase che il mio sguardo cade su: “Qual è la costruzione più grande realizzata dall’uomo sulla terra?” Non volendomi fare umiliare un’altra volta da quelle pagine, inizio a pensare attentamente a tutti i luoghi grandi che conosco (come la piramide di Cheope, la Grande Muraglia Cinese, i grattacieli dei colossi asiatici…).

Il libro mi sorprende ancora una volta, la risposta è: “Fresh Kills, la discarica di Staten Island, New York.” Aperta nel 1948 superò ben presto il volume della Muraglia Cinese; successivamente fu chiusa per le enormi dimensioni raggiunte, rima-nendo però la più grande struttura singola e coesiva del mondo. Inizio così a leggere avidamente il libro, scorrendo tutti i quesiti che propone, meravigliandomi sempre di più (anche se alcune di queste le sapevo!).

“Di che forma è una goccia di pioggia? Sferica, non a forma di lacrima”. “Qual è il mammifero africano che uccide più uomini? L’ippopotamo”. “Da quali animali prendono il nome le isole canarie? Dai cani, sono i canarini a prendere il nome dalle isole, non il contrario”. “Di che cosa erano fatte le uniformi tedesche nella Prima Guerra Mondiale? Di ortica”. “Quale nazione al mondo ha il più alto tasso di suicidi? La Lituania.”

Il libro non propone solo notizie di pura curiosità, ma anche informazioni di carattere scientifico come: “Chi ha inventato il motore a vapore? Erone d’Egitto”. “Qual è stata la prima invenzione a rompere la barriera del suono? La frusta” . Dove si trova il posto più secco della terra? In Antartide”. “Nell’oceano, cos’è che fa più rumore? I gamberetti”. “È la terra a girare attorno alla luna o la luna a girare attorno alla terra? Entrambe. Girano una attorno l’altra”.

Ecco quindi come questo libro rivela in modo molto semplice ed efficace la nostra “ignoranza nascosta” che molto spesso noi non sappiamo di non sapere (ignoriamo di ignorare, appunto!)…un libro che mette alla dura prova la tua umil-tà, un libro che ti costringe, anche se per un solo attimo, a fermarti e riflettere sulla tua vera conoscenza delle cose…e ti ricorda che non tutto è sempre così scontato!

Luna si? Luna no?

22 gennaio, 2010 (00:12) | Articoli | By: makutolandia

Il 20 luglio 20lunarossa09 sarà il quarantesimo anniversario del primo sbarco dell’uomo sulla Luna.
“That’s one small step for man, one giant leap for mankind.” è la celebre frase pronunciata per
l’occasione da Neil Amstrong. Uno dei più grandi sogni dell’umanità, insito da migliaia di anni
nella mente degli uomini, è divenuto realtà.
Oppure no?
Poniamo per un attimo che questo avvenimento, ormai ritenuto reale in maniera abbastanza pacifica
dalla maggior parte della popolazione mondiale, non sia mai avvenuto. Del resto dobbiamo sempre ricordarci che non tutto è sempre così scontato . Sarò breve e sintetico (anche per ragioni di spazio) per non annoiarvi,
sperando di essere sufficientemente chiaro. Siete pronti? Partiamo!

L’origine della teoria del falso allunaggio ebbe origine con l’americano Bill Kaysing, allora direttore delle pubblicazioni tecniche per il Rocketdyne Research Department (fornitore delle macchine per il progetto spaziale Apollo): nel suo libro “We never went to the moon” del 1976, grazie alle competenze acquisite tramite il suo lavoro, attacca in maniera diretta la NASA affermando che la tecnologia spaziale degli anni ’60 non avrebbe sicuramente consentito di effettuare con successo un allunaggio morbido (soft Moon landing) con equipaggio (missioni di allunaggio senza equipaggio
erano state portate a termine alcuni anni prima sia dai Russi che dagli Americani).
La NASA, secondo Kaysing, trovandosi sotto la pressione esercitata dalla accanita concorrenza russa, dallo stesso presidente americano Richard Nixon, e temendo un taglio netto dei propri fondi da parte dello stato e un enorme calo della propria credibilità pubblica, avrebbe inscenato la falsa missione dell’Apollo 11.
Voi direte: “e la testimonianza inequivocabile delle immagini televisive riprese in diretta della partenza del razzo che furono viste da milioni di spettatori da tutto il mondo?” Proprio su questo punto viene il bello. Varie possibili ipotesi possono essere prese in considerazione per spiegare questo “grande inganno”. Prima ipotesi: il razzo effettuò una semplice orbita attorno alla Terra per poi rientrare a tempo debito nell’atmosfera. Seconda ipotesi: il razzo, una volta fuori dalla vista degli spet tatori e telecamere, si diresse al Polo Sud, espulse l’equipaggio che fu recuperato e tenuto nascosto. Terza ipotesi: gli astronauti non salirono neppure a bordo della navicella spaziale, ma furono prelevati dal modulo prima della partenza.

Queste tre ipotesi giustificherebbero l’isolamento in cui furono posti i tre astronauti al loro ritorno, ufficialmente per evitare il contagio di possibili virus lunari (!), ma in realtà probabilmente per evitare commenti a caldo e un’eccessiva pressione dei media.
Dopo aver risposto a questa vostra prima domanda ne sorge certamente una seconda: come spiegare i cortometraggi realizzati sul suolo lunare dagli stessi astronauti? Anche in questo caso si presenta un’ipotesi assai particolare: Stanley Kubrik, già famoso per i suoi effetti speciali nel film “2001: Odissea nello spazio”, avrebbe creato ad arte questi filmati in un particolare edificio di Huntsville, nell’Alabama, per poi passarli alla NASA che li avrebbe quindi spacciati come veri. L’ente spaziale americano avrebbe poi ricompensato l’impegno e il silenzio del regista concedendogli l’uso di particolari lenti (uniche al mondo e dai costi elevatissimi) ad alta intensità luminosa per le riprese del suo film “Barry Lyndon”.
Infine appare naturale chiamare in causa le prove fotografiche: numerose sono infatti le immagini dell’allunaggio pubblicate dalla NASA e paradossalmente, nonostante per molti siano prove inconfutabili, sono queste a
destare maggiori sospetti e quindi a dare elementi a favore della tesi di Kaysing. Faccio veloci esempi: le ombre dei corpi umani in molti casi appaiono come se fossero state formate da dei riflettori posti in diversi punti davanti agli astronauti, e non tanto dalla luce solare; altre invece sono totalmente opposte a quella che dovrebbe essere la loro direzione naturale; compaiono riflessi ingiustificati, in particolar modo sulle visiere riflettenti dei caschi spaziali. Le foto risultano sempre perfettamente inquadrate anche se le macchine fotografiche erano attaccate all’altezza
del petto; in alcune foto compaiono le stelle, peccato che non sia possibile fotografarle se non con un’alta esposizione, cosa che avrebbe sfuocato fortemente il resto dell’immagine.

Al di sotto del modulo non è presente nessun tipo di cratere, anche se gli astronauti lasciano facilmente le loro impronte sul suolo lunare.

Inoltre dalle fotografie sembra emergere che il modulo lunare che sarebbe stato impiegato per raggiungere il suolo lunare (e che sembra poco più che un giocattolo) sia diverso per molti particolari da quello che era stato supervisionato e sperimentato dagli astronauti durante le fasi di addestramento sulla Terra. A tutti questi elementi di prova (a cui se ne potrebbero aggiungere molti altri di carattere più tecnico e dunque meno comprensibile) si aggiunge il fatto che la NASA fu e continua tutt’ora ad essere esageratamente riservata sui dati particolari dell’impresa, condendo il tutto con l’”accidentale” distruzione di alcuni progetti cartacei dei moduli lunari e “sospette” morti di uomini (astronauti, piloti, impiegati, direttori…).

Come concludere? Beh…possiamo certo dire che l’uomo è stato sulla Luna;ecco…forse non proprio nella giornata del 20 luglio 1969.
Luna si? Luna no?

Il processo di Norimberga

21 gennaio, 2010 (23:58) | Articoli | By: makutolandia

procesneuremberg

Nella notte del 16 ottobre 1946 una piccola palestra della città di Norimberga si riempì di appena un centinaio di persone: solo queste assistettero all’impiccagione di alcuni fra i più importanti gerarchi del Terzo Reich.

All’alba dello stesso giorno i cadaveri di Joachim von Ribbentrop, ex ministro degli esteri, Wilhelm Keitel, ex capo dell’OKW (l’alto comando della Wehrmacht), Ernst Kaltenbrunner, ex capo del RSHA (Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich), Rosenberg, ex ministro dei Territori Occupati, Hans Frank, il “Boia della Polonia”, Wilhelm Frick, ex ministro dell’Interno, Julius Streicher, ex guatelier della Franconia, Fritz Sauckel, ex responsabile del programma di sfruttamento del lavoro dei prigionieri, Alfred Jodl, ex secondo capo dell’OKW e Jeyss-Inquart, ex governatore dell’Olanda, giacevano in anonime casse di legno, in attesa di essere cremati nei forni di Dachau, che, per voluta e meditata ironia, avrebbero bruciato proprio i corpi di coloro che si resero partecipi nella “Soluzione Finale”, operazione che aveva portato milioni di persone alla morte nei campi di sterminio. Poco dopo fu anche aggiunta la bara di legno contenente il corpo del numero due dell’Impero Nazista, il ministro dell’aviazione Hermann Goering, che era riuscito a sottrarsi all’esecuzione suicidandosi la notte prima in circostanze ancora oggi sospette.

Non era stato possibile giustiziare altri gerarchi nazisti poiché alcuni erano riusciti a fuggire, come nel caso di Martin Bormann, ex segretario del partito Nazista; altri si erano suicidati al momento del loro arresto, come nel caso di Heinrich Himmler, ex capo delle SS o Goebbels, ex ministro della propaganda; altri ancora, Albert Speer, ex ministro degli armamenti, Karl Doenitz, ex Grandammiraglio, erano stati condannati a una decina di anni di reclusione. Gli alleati vincitori, americani, francesi, russi e inglesi, potevano definirsi finalmente, per la felicità della loro propaganda nazionale, quasi del tutto soddisfatti per il lavoro svolto.

Ma da sessantuno anni continua a sussistere delle domande che hanno suscitato scandalo e fastidio ai paesi vincitori e perciò il più delle volte sono state messe a tacere senza una precisa risposta, ovvero: “Il processo di Norimberga è stato del tutto legale?” “È stata giusta la condanna capitale per i gerarchi nazisti?”.

Sicuramente, senza ombra di dubbio, non si possono negare gli orribili crimini contro la pace e l’umanità di cui si macchiarono i nazisti, ma ci si può giustamente interrogare sulla correttezza dell’ operato svolto dalle nazioni vincitrici. Sfogliando le carte del processo, gli avvocati degli imputati definirono i giudici non neutrali, poiché tutti provenivano dai paesi vincitori; chiesero pertanto di essere processati da giudici svedesi o svizzeri, quindi appartenenti a nazioni rimaste neutrali durante la guerra, ma la loro richiesta non fu accolta. Un’altra irregolarità fu che gli imputati vennero accusati di quattro capi d’accusa: 1.cospirazione per commettere crimini contro la pace 2.aver pianificato, iniziato e intrapreso delle guerre d’aggressione 3.crimini di guerra 4.crimini contro l’umanità; ma soltanto il terzo e il quarto capo d’accusa riguardavano pene specifiche per le quali esisteva un diritto legislativo internazionale, mentre i primi due riguardavano delitti comuni, anche se commessi in nome del fanatismo ideologico; e proprio per questi delitti all’epoca non esistevano leggi penali, per cui dunque gli imputati vennero sottoposti a processo e condannati in base a una norma retroattiva (che regolava cioè fatti commessi anteriormente alla sua emanazione).

Su questa irregolarità si basò la difesa dell’avvocato di Goering: egli sosteneva infatti che questa pratica violasse il principio “Nullum crimen sine lege, nulla poena sine lege”, fondamentale tutela di libertà dell’individuo, in base al quale nessun imputato può essere punito per un fatto che all’epoca non costituiva reato, ma i giudici rimasero del loro parere. Questi dati possono essere giudicati come non eccessivamente rilevanti e scorretti ai fini della leggitimità del processo, ma bisogna tener presente che essi contribuirono in buona parte alla pronuncia della condanna a morte. E qui si giunge a una cruciale questione: “Era giusto condannare a morte i gerarchi nazisti, nonostante i gravissimi e orribili delitti di cui si erano macchiati?”. È possibile allargare questa domanda fino alla storia dei nostri giorni, basti pensare al caso recente di Saddam Hussein o di altri capi politici giustiziati attraverso processi irregolari e monopolizzati dai vincitori.

Ma é possibile che l’uomo, facendosi trasportare solamente dalle proprie emozioni e dai vantaggi personali si trasformi in una bestia priva di ragione, privo proprio di quella ratio che lo distinguerebbe dal mondo animale?

É possibile rispondere all’odio con altro odio, ovvero uccidere secondo “giustizia” quelle persone che a loro volta si sono rese protagoniste di orribili assassini?

É possibile che un uomo possa avere il diritto di vita o di morte su di un altro uomo?

É possibile che le nazioni potenti monopolizzino l’opinione comune internazionale per far sembrare i loro soprusi e misfatti azioni degne di gloria e riconoscimento?

L’esito del processo di Norimberga, che appare agli occhi di molti come un processo più che giusto, sembra dare risposta affermativa a tutte queste domande. Io sono convinto che la l’assenza di una condanna a morte, al di fuori del credo religioso, sarebbe stata una grande lezione per tutta l’umanità e probabilmente anche per gli stessi gerarchi nazisti: forse avrebbe anche perfino influenzato i paesi che nel XXI secolo continuano a praticare la pena di morte. Sicuramente molti si sarebbero lamentati e si lamenterebbero tutt’oggi per la mitezza della condanna, ma siamo sicuri che per i gerarchi nazisti, il loro continuare a vivere, il loro constatare di persona i terribili effetti della guerra, il vedere che all’odio profondo si può rispondere anche senza odio e rancore, non sarebbero state pene ben peggiori, edificanti e costruttive rispetto alla pena di morte?

Dalla storia noi non possiamo, ma dobbiamo imparare, questo è di fondamentale importanza. Ma perché dunque continuiamo a comportarci così? Perché ancora oggi nei paesi definiti “sviluppati” si continua a considerare giusta la pena di morte?

Il pensatore

13 gennaio, 2010 (21:17) | Racconti | By: makutolandia

palco_teatro-55de5

Ma a che cosa dovrebbe pensare una testa bacata come la mia? Questo proprio non lo so…una mente strana, che vaga per le deserte praterie dell’immaginazione, che nessune redini riescono a tenere a bada.

Una mente che ti porta alle dieci di sera a girare senza meta per camera tua anche se sei sommerso da tutto il lavoro che devi fare: una vocina insistente si insinua nella tua follia…non pensare a queste cose!Perdi tempo, ma soprattutto perdi la tua razionalità!…E come darle torto? Purtroppo questa è la cruda realtà. Per capirlo basta confrontare i tuoi pensieri di poco tempo fa, con quelli di adesso: il risultato è ben presto evidente. Tu cerchi di aggrapparti allo scoglio della razionalità, in mezzo al mare del dubbio, pensi: “Devo uscirne!”, ma in realtà è il tuo stesso inconscio che vuole restare a farsi cullare dalle pericolose onde marine.

Coloro che sono al di fuori di tutto questo, perché ancora troppo giovani, perché troppo anziani, perché non pensatori, non ti possono capire…anzi, vedono che sei in difficoltà, ma non la possono comprendere fino in fondo, si fermano a uno strato banale di superficialità che contribuisce a gettarti nello sconforto…sconforto di non avere una solida morale a cui aggrapparsi nel momento del bisogno e nella normale quotidianità.

Se poi a questa situazione difficile si aggiungono altri elementi esterni, rischi veramente di sprofondare. Ma no! Ci si può sempre rialzare! Eccome! E fintanto che non ci riesci, sfrutta quello che tu giudichi negativo…ricorda: una medaglia ha sempre due facce! (appaiono nella penombra varie sagome di corpi). E gli altri? Come fare per rapportarsi con gli altri, in questa situazione! Questo forse è il problema più grande e gravoso. Tutti vogliono, tutti pretendono, tutti ti urlano contro, tutti si lamentano, tutti…tutti ti chiedono qualcosa. Perché proprio a te? Perché altrimenti la vita sarebbe troppo semplice, si proprio così, senza quel gusto di seccatura di cui ne è caratteristica principale.

L’altro giorno presi un libro in mano, un libro di un grande autore di cui naturalmente non ricordo il nome –grazie mente!-mi soffermai a leggere un passo che diceva come gli avvenimenti, sia positivi sia negativi, avvenissero come valanghe nella nostra vita; ovvero, sembra a molti che gli avvenimenti accadano tutto d’un tratto: l’autore affermava che è così perché gli uni sono la conseguenza degli altri. Ma non ne sono troppo convinto…cioè secondo me un uomo è quasi libero di decidere quando attirarsi addosso tutti gli eventi: certo esiste sempre il caso, ma molte volte siamo proprio noi a decidere il caso. (L’attore si siede) Ma si può decidere il caso? Forse per alcuni aspetti si…ma per molti altri no. Questa è l’arma di cui dispone il pensatore: decidere.

La differenza fra un pensatore, pur modesto che sia, e un’altra persona, è apparentemente nascosta. Una volta mi sedetti in un bar dove sorseggiando una cioccolata in tazza parlavo con un mio vecchio compagno di scuola: Quante ne avevamo fatte! La conversazione era normale, tranquilla da ambedue le parti, mi pareva normale riuscire a tenere sotto controllo la mia mente. Ma appena il mio amico si congedò da me, una selva intricata di pensieri mi cominciarono ad assalire. Pensieri di varia natura, non necessariamente centrati con il dialogo appena concluso. Cercai di distrarmi, mi alzai ed uscii, sperando che la pungente aria dell’inverno ormai iniziato distogliesse la mia mente da quei pensieri. Badate che non erano tutti pensieri cattivi, anzi per la maggior parte erano come sogni ad occhi aperti! Presi contro a varie bancherelle lungo la strada, quando sono in questa situazione riesco a stento controllare le mie azioni. I pensieri continuarono per molto tempo. Ormai esausto per questa lotta mi lasciai completamente prendere dalla mia irrazionalità. Mi arresi. Ma non potevo lottare in eterno. (L’attore si alza) Per questo motivo a volte mi prendo la briga di andare in centro città, nelle strade più affollate. Vorrei riuscire a scorgere qualcuno nella mia condizione. Ancora non ci sono riuscito.

Perciò mi pongo una domanda: ma sono l’unico ad essere in questa situazione? Ma non è possibile! E allora dove sono tutti quanti?ma…(rivolto al pubblico) Alzi la mano chi di voi è in questa situazione! Avanti! Guardatevi attorno e scoprite in mezzo a voi chi è il pensatore! (il sipario si chiude, poi si riapre improvvisamente)

Forse vi starete chiedendo chi sono io…o forse pensate di averlo già capito. Un pensatore? Ma no…io non mi definirei così, anche perché i pensatori sono tutti pazzi…non come me! E poi sarebbe un titolo troppo importante da attribuirmi, non ne sarei degno! Certo, mi piace interrogare me stesso, ma sono solo un normale uomo…forse un po’ troppo curioso…ah! Ah! Ah! Ah! Ah! Ah! Ah! Ah! Ah! (se ne esce ridendo).

Blogging Sites